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lunedì 27 febbraio 2012

IL SILENZIO DELL'ONDA - Gianrico Carofiglio

Da mesi, il lunedì e il giovedì, Roberto Marias attraversa a piedi il centro di Roma per raggiungere lo studio di uno psichiatra. Si siede davanti a lui, e spesso rimane in silenzio. Talvolta i ricordi affiorano. E lo riportano al tempo in cui lui e suo padre affrontavano le onde dell'oceano sulla tavola da surf. Lo riportano agli anni rischiosi del suo lavoro di agente sotto copertura, quando ha conosciuto il cinismo, la corruzione, l'orrore. Fuori, ma anche dentro di sé. Di professione fantasma, ha imparato a ingannare, a tradire, a sparire senza lasciare traccia. Una vita che lo ha ubriacato e travolto. Le parole del dottore, le passeggiate ipnotiche in una Roma che lentamente si svela ai suoi occhi, l'incontro con Emma, come lui danneggiata dall'indicibilità della colpa, gli permettono di tornare in superficie. E quando Giacomo gli chiede aiuto contro i suoi incubi di undicenne, Roberto scopre una strada di riscatto e di rinascita


Per qualche strano motivo che non mi so spiegare, tendo a tenermi lontana dai romanzi italiani più recenti. Capita sì di leggere qualcosa ogni tanto (ci casco sempre con Ammaniti, per esempio), ma rispetto alla quantità di libri di autori italiani che vengono pubblicati sono decisamente indietro. Non leggo la Mazzantini perché "Non ti muovere" mi aveva traumatizzata (forse ero troppo piccola quando l'ho letto). Non ho mai letto nulla di D'Avenia, della Mazzucco o della Avallone. Ho letto puramente per caso "Accabadora" della Murgia (e merita!) e scoperto da pochissimo quanto bene scrive Mario Calabresi.
E Gianrico Carofiglio rientra proprio tra questi autori italiani che nella mia testa definisco "nuovi", tra quelli da cui mi sono sempre tenuta lontana senza sapere bene perché. Poi però l'altro giorno sono andata dal mio ragazzo e suo papà mi ha intercettata prima che uscissimo mettendomi in mano questo libro e dicendomi "Lo devi leggere" (cosa che succede sempre più spesso e che, nonostante qualche suggerimento sbagliato, adoro). E quindi ho letto il mio primo Carofiglio, che in realtà è l'ultimo.

Che dire? La trama forse è un tantino banale: Roberto, un carabiniere in congedo per motivi di salute, visita il suo psichiatra due volte a settimana. Da queste sedute, che scandiscono la vita di quest'uomo, si scopriranno piano piano cose dolorose del suo passato, dalle più recenti alle più lontane, che sono comunque in qualche modo tutte collegate. Grazie a queste sedute conoscerà Emma, anche lei paziente del dottore e anche lei con un passato difficile e doloroso, fatto di delusioni e disillusioni. I due diventano amici, al punto che quando il figlio di Emma, Giacomo, andrà da lei a chiedere aiuto, la donna si rivolgerà proprio a Roberto.
Come dicevo, la trama non è nulla di particolarmente originale. Ma la forza di questo libro sta a mio avviso nella narrazione. I capitoli narrano la storia di Roberto, il suo riavvicinarsi alla realtà dopo mesi di oblio grazie alle sedute con lo psicologo, le sue ricadute, la sua difficoltà a perdonare e soprattutto a perdonarsi. A questi capitoli si alternano quelli narrati da Giacomo, un bambino timido e introverso che lotta in ogni modo per non lasciarsi vincere dalla nostalgia che prova per il padre, non fosse altro per aiutare la madre a non crollare. Due narrazioni che alla fine si intersecano e uniscono, con un finale che lascia a tutti la speranza e la possibilità di espiare le proprie colpe, per poter tornare a vivere.

E' un libro che cattura, che si legge molto bene e in fretta proprio grazie al suo stile rapido e conciso, che rende difficile staccarsi dalle sue pagine.
Consigliato!

(PS: se mai avrò bisogno di uno psicologo/psichiatra, ne vorrei uno come quello del libro... se esistono veramente!)

Per acquistare: Silenzio dell'onda (Scala italiani)

venerdì 24 febbraio 2012

LA VENDETTA - Agota Kristof

Personaggi senza identità, senza nessuna adesione al mondo in cui vivono, con una percezione distorta e allucinata che li induce a compiere gesti aberranti. Delitti poco esemplari, come quello del ragazzo che uccide i professori più amati per salvarli dalla crudeltà dei compagni, o quello della moglie che uccide il marito per farlo smettere di russare. I gesti estremi vengono compiuti senza alcuna estetizzazione, solo con estraneità, con la consapevolezza, o forse l'intuizione che le menzogne non possono essere perdonate, che le soluzioni arrivano e arriveranno sempre tardi. Vite alla deriva che cercano ostinatamente di tornare a casa, di rivedere in faccia il proprio passato. Schegge narrative che raccontano un mondo mostruosamente duro, di fronte al quale domina il senso di estraneità e di smarrimento.

Forse mi sto abituando allo stile della Kristof, forse la mia avversione per i racconti estremamenti corti ha preso il sopravvento, fatto sta che questo libricino mi è piaciuto meno degli altri che ho già letto di questa autrice.
Intendiamoci, sono tutti racconti abbastanza angoscianti o che comunque colpiscono per la loro schiettezza e per quel senso di alienazione e di brutalità che racchiudono in poche pagine. Delitti terribili, efferati, si alternano a racconti di solitudine, lontananza, perdite e addio, che non lasciano nessuna speranza a chi le vive.

Ma di questi 25 racconti, a colpirmi veramente tanto sono solo 7: quello di apertura, "La Scure", riesce in appena due pagine a trasmettere angoscia e smarrimento di fronte alle azioni che siamo in grado di compiere. "La Campagna" ha un che di tragico e amaro, forse perché molto realistico (la campagna come luogo tranquillo che viene invasa dalla città, e la città che cerca sempre di più di assomigliare alla campagna). "I Professori" fa capire quanto possa essere malata e morbosa una mente umana, anche quando è convinta di essere nel giusto e di amare. "La Cassetta delle Lettere" parla di bambini abbandonati, di voglia di scoprire le proprie origini e di impossibilità di perdonare. "Numeri sbagliati" parla di solitudine e di coincidenze (ed è forse l'unico che si potrebbe quasi definire "positivo). "Il ladro di appartamenti" mi ha colpito per l'ansia che trasmette in pochissime righe, per quel senso di vita che ci sfugge senza che ce ne rendiamo conto e senza che facciamo niente per impedirlo.
E poi c'è "Mio Padre", che mi tocca molto, molto da vicino. Capisco il dolore della figlia, capisco il suo stato di confusione e il terribile senso di perdita che prova, capisco i suoi rimpianti perché li ho vissuti in prima persona.
Anche se per fortuna mio padre con me mano nella mano ha camminato in tanti posti.


Lo stile della Kristof si riconosce indubbiamente anche qui. Uno stile crudo, che non fa sconti a nessuno, che annulla le personalità riducendole sempre a essere "una delle tante". Potremmo essere noi quelli che descrive. Però i suoi libri e i suoi racconti vanno letti a intervalli più lunghi, per non rischiare di cadere nel già letto e per non ritrovare troppe similitudini. Ma comunque merita.

Nota alla traduzione: nulla da segnalare!

Per acquistare: La vendetta (Einaudi tascabili. Scrittori)

martedì 21 febbraio 2012

SEPPELLITEMI DIETRO IL BATTISCOPA - Pavel Sanaev

Saša ha nove anni ma è destinato a "marcire" prima di averne sedici, secondo la profezia della nonna, la furibonda e tentacolare Nina Antonovna. Non può sudare, togliersi la calzamaglia di lana ruvida neanche di notte, tirare l'acqua nei gabinetti pubblici e salire sulle giostre: ci sono in agguato stafilococchi aurei, sinusiti croniche, dispepsie e bronchiti recidive. Così sentenzia la nonna, che lo trascina in giro per dottori e gli somministra senza sosta farmaci e tisane. Da quando sua madre si è innamorata di un pittore basso e squattrinato, il "nano succhiasangue", Saša è finito sotto l'ossessiva tutela della nonna, che lo ama ma lo ricopre di maledizioni e insulti - mentre lui sogna le rare e tenere visite della madre, e custodisce in una scatola segreta tanti piccoli oggetti che vengono da lei: una "biglia-mamma", un chewing-gum masticato e altri tesori. Saša ci racconta questa tragicomica infanzia senza innocenza, ambientata nella Russia degli anni '70, in un irresistibile romanzo d'esordio, divenuto un libro di culto per molti ex bambini sovietici.

Mi sono sempre tenuta alla larga dai romanzi che hanno titoli tristissimi e copertine con sopra bambini dallo sguardo ancora più triste. Non amo molto questo genere, non amo molto le disavventure (purtroppo molto spesso reali e autobiografiche) di questi piccoli protagonisti.
C'è però una mia cara amica che adora questo genere di romanzi, con protagonisti bambini sfortunati ("sfigati" li chiamiamo noi per prenderla in giro). E per questo non mi sono stupita molto quando per Natale mi ha consigliato di regalarle questo libro. Copertina e titolo lasciano infatti presagire il peggio: non può che essere veramente sfortunato un bambino che chiede di essere seppellito dietro il battiscopa.
E allora, com'è che ora mi ritrovo a recensire questo romanzo? Beh, perché quando ne abbiam riparlato, la mia amica me lo ha presentato come un libro divertentissimo, "un incrocio tra Agnes Browne e Paddy Clarke". Quest'ultimo non l'ho mai letto, ma ho amato talmente tanto Agnes e le sue avventure che se un libro anche solo le si avvicina vale la pena di provarlo.
E quindi eccomi qui, a recensire questo bellissimo romanzo che ho divorato in poche ore talmente mi ha conquistata.

Il protagonista, Saša, ha 9 anni, un fisico parecchio debilitato, ed è effettivamente parecchio sfortunato. Una sfortuna, la sua, che viene amplificata dalle reazioni di sua nonna, Nina Antonovna, di fronte alle sue avventure (sempre che non sia lei stessa a provocarle). E' una donna un po' scenografica Nina, che rimpiange il suo passato e si crogiola nei suoi male e nei suoi lamenti, che raggiungono il loro culmine quando si tratta della madre di Saša, colpevole di aver abbandonato il figlio per mettersi con un "nano succhiasoldi".
Nonostante il carattere forte e irruento, la donna ama molto il nipote, per il quale si preoccupa continuamente e costantemente (ed eccessivamente, anche), e ci rimane molto male quando nota in lui segni di insofferenza o di menefreghismo verso le sue raccomandazioni. E per questo tende a ricoprirlo di insulti e a farlo sentire un idiota. Ma d'altronde fa lo stesso anche con il marito, nonon di Saša, e soprattutto con la figlia.
Saša si ritrova così troppo spesso tra due fuochi: la "vita", ovvero sua nonna e tutto quello che lei fa per lui ogni giorno, e la "felicità", rappresentata dalla brevi e sporadiche visite di sua madre, che immancabilmente terminano con un litigio con la nonna.

E'un libro tragicomico, che fa ridere (molto azzeccata la scelta di usare Saša come narratore, rendendo le cose più semplici e quindi più buffe) ma anche ovviamente riflettere. E' impossibile non pensare ai diversi modi che una persona ha per dimostrare quanto bene vuole a un'altra e a quante volte, troppo spesso, modi sbagliati racchiudano intenzioni giuste. Non pensare alle difficoltà che può avere un bambino a crescere e vivere se alle spalle ha persone iperprotettive. E' impossibile non pensare a quanto i cattivi rapporti tra adulti possano influire e far star male i più piccoli.
Merita assolutamente!

Nota alla traduzione: ho trovato un "QUAL'E'" che mi ha fatto quasi venire un infarto. Terrificante trovare errori del genere in un romanzo.

Per acquistare SEPPELLITEMI DIETRO AL BATTISCOPA (Narrativa)

domenica 19 febbraio 2012

LA CUSTODE DI LIBRI- Sophie Divry

È una querula bibliotecaria di provincia la donna che parla dalla prima all'ultima riga di questo incantevole monologo. Il suo interlocutore è un ragazzo che usa il seminterrato della biblioteca come bivacco notturno. A lui la custode si rivolge mischiando vita privata, libri, invettive. E la confessione di un tenero rapimento verso uno studente di cui però contempla solo la nuca. La sua voce ci arriva sommessa, un po' nevrotica, la voce di una donna ferita da un amore andato male, chiusa in un riserbo che solo i suoi amati romanzi riescono a scheggiare. Li ama, li classifica, li commenta convinta che solo l'ordine monastico della biblioteca è medicina per il caos dei sentimenti e degli uomini tutti. E poi d'un tratto la sua voce si accende e dalla donna autoreclusa nel sottosuolo esce una pasionaria della letteratura, una tenace sentinella del silenzio, che dalla sua misera trincea di provincia difende la vertigine della bellezza letteraria contro il chiassoso vociare della subcultura di massa.

"Nessuna pietà per i libri brutti. E, nel dubbio, bisogna essere cattivi. E' il mio motto." Cavolo, è la prima volta che l'autrice di un libro mi consiglia di massacrare i libri che non mi sono piaciuti. Di non cercare a tutti i costi di scrivere recensioni e commenti buonisti se un libro non è stato per niente all'altezza delle mie aspettative.
Certo, bisognerebbe sapere se l'autrice è d'accordo sul fatto che questo suo motto venga applicato anche sul suo romanzo. Però dai, non dovrebbe prendersela troppo se io ora la massacro, vero?
Il libro è terrificante. Un monologo di 65 pagine (solo 65 pagine, per fortuna) di una bibliotecaria frustrata e depressa che snatura la visione poetica delle biblioteche e dei libri che io ho avuto fino ad ora. La biblioteca per lei è un luogo triste, freddo e solitario. Un luogo frequentato da gente triste, fredda e solitaria che più che cultura cerca compagnia per sfuggire alla mediocrità della vita. Gente che va in biblioteca per compagnia, gente che va in biblioteca per baccagliare o per far finta di crearsi una cultura quando in realtà non gliene frega niente. E i libri anche non sono che un palliativo per non affrontare la tristezza della realtà.
Non c'è amore per il suo lavoro nelle parole della protagonista. Non c'è passione. Un "sono qui ma non vorrei esserci", "sono qui perché nessuno ha capito le mie potenzialità", "sono qui perché non ho passato un concorso, ma non è colpa mia". Mi fa quasi pena, sapete? Mi irrita un sacco, ma mi fa anche pena. Mi fa pena per il suo fare sfoggio di cultura come se lei fosse migliore di altri. Mi fa pena il suo rapporto a distanza con uno degli assidui frequentatori della biblioteca, un rapporto che in contesto del genere avrebbe potuto essere intrigante e poetico, ma che la protagonista con il suo monologo trasforma in una patetica relazione a distanza di una zitella frustrata (che raggiunge il suo culmine con "ecco, non nota me perché sta con una bionda, che sicuramente sarà stupida").

Questo libro mi ha offesa come accanita lettrice. Certo, lo so che a volte leggere altro non è che una via di fuga dalla realtà, anche se io lo vedo più come un prendersi una pausa dal mondo per immergersi in un altro, più o meno bello di quello che stiamo vivendo.
Questo libro mi ha anche offesa come frequentatrice di biblioteche. Anche se ultimamente ci vado molto meno (da quando ho uno stipendio mio, tendo a comprare i libri che leggo), andare in biblioteca per me era una piccola festa (un po' meno per chi mi accompagnava). Potevo stare lì dentro delle ore, perdermi tra i libri. Partire con l'idea di prenderne uno e uscire con sei o sette volumi. Girovagare tra gli scaffali e ritrovarmi non so come a parlare in spagnolo con uno degli addetti.
Non riesco a vedere la biblioteca come un luogo triste e cupo. Certo, forse perché non ci ho mai lavorato (anche se sarebbe il mio sogno) e quindi non posso capire quanto possa essere noioso dover catalogare o risistemare i libri messi in disordine.

Insomma, un libro completamente evitabile, che ha si e no due spunti interessanti (quello sui "best seller a scadenza" così male non è), e che non ha quasi niente a che fare con la passione per il mondo dei libri e la lettura, sebbene il titolo italiano ce lo voglia far credere.
Risparmiate 10 euro. E se proprio volete leggerlo, prendetelo in biblioteca!


Nota alla traduzione: il titolo italiano trae parecchio in inganno. L'originale "la cote 400" fa riferimento al metodo universale di catalogazione dei libri all'interno delle biblioteche. E il 400 è proprio il numero che manca. La scelta italiana di cambiare il titolo, seppur comprensibile, trasmette un'idea sbagliata sul suo contenuto.

LA VITA SEGRETA DELLE API - Sue Monk Kidd

South Carolina, 1964. Lily Owens, quattordici anni, cresce con il padre violento e l'amatissima governante nera, generosa ed estroversa. Quando, cercando di sapere qualcosa sulla madre, morta durante l'infanzia della protagonista, Lily fugge di casa, ad accompagnarla sarà proprio la governante che, insieme ad altre due straordinarie donne, inizierà la ragazza ai segreti dell'apicoltura. E in quel mondo di api e di miele, scandito dai ritmi della natura, Lily troverà finalmente una nuova e più serena realtà, rischiarata dall'affetto e dalla tolleranza.


A me il miele non fa impazzire. Troppo dolce per me, che nemmeno metto più lo zucchero nel caffè. Ogni tanto ne metto due cucchiaini nel thè, più perché dicono che faccia bene che perché effettivamente mi piaccia.
E questo libro ha proprio le stesse caratteristiche del miele di cui tanto si parla nelle sue pagine. Dolce, troppo dolce. Buonista, troppo buonista. Leggero, troppo leggero per i temi che tratta.
Perché comunque si parla di abbandono, si parla di contrasti e violenza razziale, si parla di integrazione e si parla d'amore. Argomenti difficili, che non sempre a mio avviso possono essere trattati con questa leggerezza.

Lily, orfana di madre e con un padre violento, scappa di casa, libera la sua domestica di colore messa in galera per aver rovesciato la sua sputacchiera sui piedi di un bianco che l'ha aggredita mentre andava a iscriversi alle liste elettorali, segue l'unica traccia che ha di sua madre, giungendo quindi a casa di August, June e May, tre sorelle di colore che la accolgono in casa. Insieme ad August scoprirà la sua passione per il miele e per le api, e piano piano scoprirà quello che vuole sapere del suo passato, un passato doloroso e difficile da accettare. Fino a che il padre non verrà a cercarla.
E' un libro estremamente leggero, sui rapporti tra le persone, sui rimpianti e i sensi di colpa che non sempre si possono cancellare. Un libro, come dicevo prima, forse troppo leggerlo per gli argomenti trattati. Soprattutto quello dell'integrazione tra bianchi e neri, secondo me, viste le protagoniste aveva sicuramente del potenziale in più, che poteva essere sviluppato meglio, senza nemmeno rendere troppo pesante il libro.

E' una lettura sicuramente piacevole, che fa sorridere a volte, riflettere (pochissime) altre ma che non mi ha lasciato quasi nulla.

Nota alla traduzione: ma nel 1964 lo Spic & Span e i Rice Krispies c'erano già?

Per comprare La vita segreta delle api (Oscar bestsellers)

venerdì 17 febbraio 2012

LA LINGUA PERDUTA DELLE GRU - David Leavitt

"I miei genitori sono gente aperta. Non resteranno anninetati dalla notizia" confida Philip. Sa che il tipo d'amore che lui ha scelto di vivere non è convenzionale, non è facile; ma non vede motivi per costringersi ancora a tenere segreta la sua realtà vera, la tenerezza che ha cercato e trovato, la sua speranza di felicità, perchè "qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo". Era il 1986. Con questo libro delicato, tagliente, preciso nella chirurgia dei sentimenti che uniscono e dividono generazioni attigue e diversissime, David Leavitt entrava nella corsa verso il Grande Romanzo Americano.

Scrivere di omosessualità non è facile. E, se devo essere sincera, non è facile nemmeno leggerne.
Io sono dell'idea che tutti abbiano diritto di essere felici, che se due persone si amano debbano poter stare insieme ed essere riconosciuti a livello legale, siano essi un uomo e una donna, due donne, due uomini o anche solo due amici che non vogliono vivere da soli. E nel 2012 questo dovrebbe essere un diritto riconosciuto. E per fortuna in questi anni a poco a poco le discriminazioni stanno diminuendo (non abbastanza velocemente purtroppo), alcuni stati stanno iniziando ad aprirsi in questo senso e a legalizzare le unioni delle "coppie di fatto" (in Italia siamo ancora lontani purtroppo).
Diversa era la situazione nel 1986, anno in cui è ambietato questo romanzo. Anni in cui si iniziava a dichiararsi, anni in cui si viveva con lo spettro sempre troppo presente dell'AIDS, anni in cui ancora si era obbligati a nascondere.

Questo bellissimo libro di Leavitt tratta i vari aspetti dell'omossessualità: la scoperta di esserlo e il primo innamoramento in Philip, lo shock della madre Rose quando questo le viene rivelato, i turbamenti del padre Owen che lo è sempre stato cercando però di negarlo, di "curarsi" con il matrimonio, fino ad arrivare però a non poter più negare la propria natura.
E' un libro difficile da leggere, non per lo stile (anzi, scorre veloce e appassiona) ma per l'argomento trattato. Ho pensato a cosa avrei fatto io se fossi stata in Philip e come avrebbero reagito i miei. Ho pensato a quale sarebbe stata la mia reazione se fossi stata in Rose, come reagirei se mio figlio/a arrivasse e mi dicesse che è omosessuale. Ho pensato a Owen e a questo suo nascondersi nel matrimonio, questo suo ingannare sé stesso e la sua natura, e coinvolgere nell'inganno una persona che semplicemente di lui era innamorata.
Ognuno ha i suoi sentimenti e le sue emozioni, impossibili da giudicare o da condannare. Capisco la reazione di Rose, capisco che possa essere uno shock. Capisco ancora di più la voglia di chiarezza di Philip, il suo voler essere onesto e sincero con i suoi genitori, la sua ricerca di amore che non cambia in base al sesso verso cui lo prova. Capisco un po' meno Owen, se devo essere onesta, perché non trovo giusto questo negare sè stessi, soprattutto se porta a soffrire anche altri. Però erano altri tempi, la società, che ancora oggi giudica e punta il dito, allora era ancora peggio.

Se proprio devo fare una critica al libro è forse l'eccessiva descrizione dei dettagli nelle scene di sesso, ma questo è un aspetto che mi turba sempre, anche in storie d'amore tra persone di sesso opposto, quando ne viene fatto un uso quasi eccessivo e non giustificato dalla trama.
Comunque è un libro molto bello, molto intenso e che apre gli occhi su molte cose. Consigliatissimo!

Nota alla traduzione: ben fatta direi!

Per acquistare La lingua perduta delle gru (Oscar contemporanea)

martedì 14 febbraio 2012

LO HOBBIT - J.R.R. Tolkien

"Lo hobbit" è il libro con cui Tolkien ha presentato per la prima volta, nel 1937, il foltissimo mondo mitologico del Signore degli Anelli, che ormai milioni di persone di ogni età, sparse ovunque, conoscono in tutti i suoi minuti particolari. Tra i protagonisti di tale mondo sono gli hobbit, minuscoli esseri "dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari", timidi, capaci di "sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate", con un'arte che sembra magica ma è "unicamente dovuta a un'abilità professionale che l'eredità, la pratica e un'amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe" quali gli uomini. Se non praticano la magia, gli Hobbit finiscono però sempre in mezzo a feroci vicende magiche, come capita appunto a Bilbo Baggins, eroe quasi a dispetto di questa storia, che il grande "mago bianco" Gandalf coinvolgerà in un'impresa apparentemente disperata: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smog. Bilbo incontrerà così ogni sorta di avventure, assieme ai tredici nani suoi compagni e a Gandalf, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso le parole degli insegnamenti decisivi.


Dopo aver abbandonato il primo volume de "Il signore degli anelli" dopo una decina di pagine, non avevo più nessunissima intenzione di riprovare a leggere un Tolkien. Il fantasy a mio avviso è un genere che o ami o detesti. E, non me ne vogliano gli appassionati del genere, io rientro in questa seconda categoria senza ombra di dubbio.
Però poi il mio ragazzo mi ha detto "DEVI leggere Lo Hobbit, è un classico ed è pensato come libro per bambini, quindi ce la puoi fare". E quindi alla fine ho ceduto (un po' per amore un po' perché effettivamente ero consapevole che si trattasse di un libro imprescindibile).

E devo ammettere che tutto sommato non è stata poi una lettura così forzata e fastidiosa. Sarà che ho adorato fin dal primo momento il signor Baggins, lo hobbit del titolo nonchè protagonista di tutta l'avventura. Un personaggio che ama il cibo e tutte le comodità della sua casetta e che si ritrova suo malgrado arruolato dallo stregone Gandalf per accompagnare un gruppo di nani in missione per riconquistare un tesoro, ora protetto da un drago. Il piccolo Bilbo Baggins (piccolo di statura, non di età) si ritroverà quindi costretto ad affrontare uomini neri, orchi e mannari, ragni giganti, elfi e draghi (nonchè il famosissimo Gollum, che fa qui la sua prima comparsata) per poter salvare la pelle e ritornarsene a casa. E dimostrerà di avere più ingegno, coraggio e sangue freddo di quanto si potesse immaginare.

Lo Hobbit è sicuramente un classico nel suo genere, e concordo nel considerarlo una lettura imprescindibile. E Tolkien è riuscito a immaginare e ricreare sulle pagine un mondo semplicemente fantastico e incredibile che almeno una volta va conosciuto.
Il fantasy però rimane per me un genere un po' ostico. Ho letto questo romanzo volentieri, a tratti senza riuscire a staccarmi dal libro (non dovrei dirlo, ma l'ho dovuto finire a lavoro, perché non potevo interrompere la lettura a meno di 40 pagine dalla fine). Alcune parti però le ho trovate parecchio macchinose e le avventure che capitano a questa compagnia in 350 pagine sono a volte troppe per poterle seguire senza un po' di confusione (nella battaglia finale, ho dovuto fare mente locale per ricordarmi come e quando avessero incontrato certi personaggi).

Quindi, Lo Hobbit è sicuramente approvato e mi sento sicuramente di consigliarlo a chi è un po' titubante nel leggerlo o meno.
Però credo che per un po' non leggerò altri fantasy (e men che meno ridarò una seconda possibilità a "Il Signore degli Anelli")

Nota alla traduzione: non deve essere facile tradurre un libro come questo e tutto sommato, pur essendo una traduzione Adelphi, direi che è fatta bene.


Per comprare Lo hobbit o La riconquista del tesoro (Gli Adelphi)

venerdì 10 febbraio 2012

IL MEGLIO CHE POSSA CAPITARE A UNA BRIOCHE- Pablo Tusset

Cosa succede quando Pablo Baloo Miralles, trentenne disadattato e arrogante, fannullone, misogino, oltre che pecora nera e noto filosofo della Rete, si trova coinvolto in un mistero nel quartiere più "figo" di Barcellona? A bordo di un coupé, Pablo ci guida nei meandri di una storia ricca di allegri sprazzi alcolici, divagazioni veneree, sulle tracce di suo fratello Sebastián, detto The First, presidente della Miralles & Miralles, la prospera azienda di famiglia. Una fuga con l'amante? La vendetta di qualche impostore della concorrenza? Un rapimento? L'agitazione dei familiari costringe Pablo a improvvisarsi detective nelle viscere di un'inedita Barcellona dalle mille meraviglie.


Ok, ok. Io amo molto i libri ambientati in Spagna. Amo molto i libri che parlano (seppur solo nel titolo) di cibo. Amo molto i libri che hanno come protagonisti degli antieroi un po' sfigati e tragicomici che però nascondono lati inaspettati. E amo molto anche i libri un po' strampalati se alla fine la trama ha un senso e tutto torna.
E quindi è ovvio che abbia amato molto anche questo libro, al punto che quasi mi è spiaciuto averlo finito.

Pablo Baloo Miralles è il secondogenito fannullone e disadattato di una famiglia ricchissima di Barcellona, ha sempre vissuto nell'ombra del fratello perfetto, ma questo in realtà non gli è mai poi pesato così tanto. Gli basta poter bere, farsi qualche canna, un po' di coca se ce n'è, andare a puttane come e quando gli va, fare il filosofo su internet con i suoi amici, ed è contento.
Ma suo malgrado per aiutare il fratello scomparso improvvisamente senza avvisare nessuno, si ritroverà a investigare nella vita di quest'ultimo, venendo a conoscenza di suoi impensabili segreti tra ammucchiate, amanti e soldi spesi a palate, e si ritroverà immerso in una Barcellona che non conosceva, fatta di pedinamenti, bugie e sette massoniche che poi così male non sono.

Credo che già solo il titolo e l'incipit siano qualcosa di incredibile. Così come i protagonisti, Pablo talmente disadattato che è difficile non trovarlo simpatico, la sua amica Fina, uno spirito libero, ingenuo e naive che cerca negli altri le attenzioni che il marito non gli da', i genitori "psicopatici" dei fratelli Miralles, anche loro troppo buffi per essere considerati odiosi. E così quasi tutti i personaggi di contorno che Pablo incontra e con cui interagisce ogni giorno.

Insomma, un libro ironico, scanzonato e irriverente, che a mio avviso merita parecchio!

Nota alla traduzione: la traduttrice sceglie per riproporre lo stile del personaggio di sbagliare l'ortografia di alcune parole. Questa scelta può funzionare nel caso dei discorsi indiretti, ma trovo che all'interno della narrazione (seppur in prima persona) sia un tantino eccessivo e fastidioso. Ma sono scelte.
"Mi è costato talmente tanto innamorarmi di me stesso che non ho più voglia di fare uno sforzo del genere per qualcun altro"
"la fine di una storia è l'inizio di un'altra"

lunedì 6 febbraio 2012

RICETTE IMMORALI - Manuel Vázquez Montalbán

"Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare; ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare"... Manuel Vázquez Montalbán, ideatore del detective-gourmet Pepe Carvalho, è qui in veste di autore di un trattato eno-gastronomico-sessuale che si prefigge di tracciare l'identikit del partner ideale con il quale dividere tavola e alcova; Ecco così 62 ricette di alta cucina, tutte assolutamente realizzabili e accompagnate da un breve commento che stabilisce un rapporto di complicità con il lettore nell'atto "criminoso" della conquista amorosa.


Mi rendo conto che forse questo non sia il libro migliore per approcciarsi per la prima volta a Manuel Vázquez Montalbán. Avrei dovuto scegliere probabilmente una delle avventure di Pepe Carvalho, l'investigatore protagonista della maggior parte dei suoi gialli. Ma complici gli sconti su ibs e soprattutto la mia passione per il cibo, ho deciso di acquistare queste "Ricette Immorali", un po' anche perché il titolo è particolarmente curioso. Cosa possono avere di immorale delle ricette culinarie? Beh dipende a che scopo questi piatti vengono cucinati.

Manuel Vázquez Montalbán crede nel potere del cibo e nel legame indissolubile che questo ha con il sesso. Cucinare un piatto piuttosto che un altro può avere effettivi diversi sui commensali. C'è il piatto per fare colpo, il piatto più indicano per gli adulteri, quello preferito dagli omosessuali, quello per le coppie più attempate, quello da cucinare solo se la vostra partner ha i capelli rossi e gli occhi verdi.

In realtà questo altro non è che un libro di ricette, a cui poi l'autore aggiunge una sorta di indicazione personale sul significato o su perché un determinato piatto vada cucinato. Alcune ricette sono irrealizzabili (lo ammette lui stesso), vuoi per gli ingredienti (che essendo Montalbán spagnolo hanno forti radici della cucina iberica e qui in Italia non facilmente reperibili), vuoi per i tempi di cottura. Altre sono per me semplicemente immangiabili, avendo io un'avversione per buona parte della verdura (non mangio melanzane, zucchine, peperoni, piselli) e dei legumi e del pesce. Ma ce ne sono anche diverse che prima o poi proverò a fare: il riso alle vongole per esempio, le frittelle di fiori di zucca, il formaggio di capra alla griglia, le uova bella vita o il taramà. Per non parlare del bellissimo elogio che fa di pane e pomodoro, un piatto semplice, che mangiamo tutti, il "piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a tutti".

Un ricettario carino e divertente, da tenere in casa e consultare ogni tanto per preparare piatti stimolanti per tutti i gusti.

Nota alla traduzione: il traduttore è dovuto ricorrere a qualche nota, che in questo caso però è indispensabile per spiegare cosa sono determinati ingredienti. E non essendo questo un romanzo, questa scelta non da' particolare fastidio.


Per acquistare Ricette immorali (Universale economica)

domenica 5 febbraio 2012

IL DIAVOLO, CERTAMENTE - Andrea Camilleri

Due filosofi in lotta per il Nobel, un partigiano tradito da un topolino, un ladro gentiluomo, un magistrato tratto in inganno dal giallo che sta leggendo, un monsignore alle prese col più impietoso dei lapsus, un bimbo che rischia di essere ucciso e un altro capace di sconvolgere un'intera comunità con le sue idee eretiche... E ancora: una ragazza che russa rumorosamente, un'altra alle prese con il tacco spezzato della sua scarpa, una segretaria troppo zelante, una moglie ricchissima e tante, tante donne che amano. 33 racconti di 3 pagine ciascuno: 333 e non 666, perché questo, come tutti sanno, è il numero della Bestia, e non si discute sul fatto che mezzo diavolo sia meglio di uno intero. In ogni racconto, il diavolo suggella la storia con il suo inequivocabile zampino: nel bene o nel male, a noi lettori l'ardua sentenza. Perché questi racconti sono percorsi da una meditazione accanita e sottile sul senso delle umane sorti, del nostro affannarci per mentire o per apparire, della nostra idea di felicità; i due apologhi filosofici che aprono e chiudono la raccolta non sono che il disvelamento di una trama che sottende tutta la narrazione. Un dettaglio luciferino può cambiare segno a una vita intera, ma proprio per questo quella vita - sembra dirci sorridendo Camilleri - vale sempre la pena di viverla senza risparmio.

Io non amo molto Andrea Camilleri. Ho provato solo una volta a leggere un romanzo con protagonista Montalbano e ammetto, con mia somma vergogna, di non aver capito quasi niente del suo linguaggio dialettale. E non amo nemmeno molto i racconti, soprattutto se estremamente brevi, perché non mi danno il tempo di affezionarmi ai personaggi e di farmi catturare dalla storia che subito finiscono.
Quindi il mix racconti estremamenti brevi di Camilleri sicuramente non era dei migliori auspici.
Eppure, questa volta mi devo ricredere.

I racconti sono veramente corti, a volte eccessivamente, ma riescono comunque a dire qualcosa e a fare in qualche modo riflettere. Il diavolo è il filo che unisce questi 33 racconti, un diavolo fatto persona, un diavolo che si immerge nella quotidianità, in gesti che forse tutti avremmo potuto compiere una volta o l'altra.
Ci sono diversi racconti che parlano di adulterio (troppi, forse... ma c'è veramente tutta sta gente che tradisce la moglie/il marito?), racconti che parlano di crisi economica e di cosa si è disposti a fare o a non fare pur di uscirne. Racconti che parlano di violenza. Racconti che parlano di suicidi, racconti che finiscono con una punizione o una vendetta, racconti che ti fanno aprire gli occhi e racconti che ti riportano nel passato, racconti che svelano verità mai pensate e che ti buttano nello sconforto.
Tutti collegati da un filo conduttore "diabolico", un dolore più o meno forte che il protagonista di ognuna di queste brevi storie prova o provoca.
E alcuni sono a mio avviso veramente geniali: il secondo, ad esempio, ha evidenziato l'inellutabilità di certi comportamenti sbagliati, come se fosse il destino a obbligarci a compierli. Il numero 29 unisce amore, tradimento e cibo. Il quindicesimo e il trentesimo, pur abbastanza prevedibili, ti immergono in uno di quei classici gialli, trasmettendoti lo stesso senso di attesa e di stupore, il tutto compresso in tre o quattro pagine. Per non parlare dell'ultimo.

Insomma, Camilleri mi ha stupito. E sebbene non avessi nessuna intenzione di leggere questo libro (che mi è stato prestato senza che potessi rifiutarmi), sono contenta di potermi ricredere.
Questo però non vuol dire che ora proverò a leggere altri Montalbano, sia chiaro.


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venerdì 3 febbraio 2012

LE REGOLE DELLA CASA DEL SIDRO - John Irving

E' la storia di Homer Wells, un ragazzo dall'animo ricco di sentimenti e ideali cresciuto nell'orfanotrofio di St. Cloud's nel Maine, e del medico-padre Wilbur Larch, che accoglie nel suo istituto neonati abbandonati e fa abortire povere donne che altrimenti finirebbero nelle mani di macellai. Larch educa il giovane e gli insegna la professione, nella speranza che un giorno prenda il suo posto. Homer preferisce seguire la propria via lavorando in una fattoria dove si produce sidro. Si renderà ben presto conto che non conosce nulla del mondo dei grandi, e che dovrà affrontare dolori, asperità e percorrere molta strada per capire le regole della vita.


Tutti conoscono "Le Regole della Casa del Sidro" grazie al film che ne è stato tratto qualche anno fa (cavolo, era il 1999), con protagonisti un incredibile Michael Cane, e una Charlize Theron e un Tobey Maguire all'inizio della loro carriera. Un film molto bello, che ha vinto anche due oscar.
Non so dirvi però perché io abbia aspettato così tanto a leggere il libro (ok, lo ammetto, nel 1999 non ero ancora una così accanita lettrice e soprattutto, per mia somma ignoranza, non sapevo il film fosse tratto da un libro). Aspettare tutto questo tempo comunque, non mi ha nè fatto dimenticare la storia, nè soprattutto impedito di associare la faccia degli attori ai personaggi letterari. E questa è una cosa che odio, perché mi elimina ogni tentativo di immaginazione.

Il libro è sicuramente un piccolo capolavoro.
Narra la storia di Homer Wells, un orfano cresciuto presso l'orfanotrofio di St. Cloud's nel Maine, che dopo diversi tentativi falliti di adozione, rimane a vivere lì e a imparare il mestiere da Wilbur Larch, medico a capo dell'orfanotrofio. Imparerà che ci sono donne disperate che non possono o non vogliono tenere i bambini e li abbandonano lì. Oppure donne che nemmeno possono arrivare a partorire e che hanno un'unica sola scelta. Ovviamente illegale all'epoca in cui è ambientato il libro.
Narra anche una storia d'amore, tra Homer, Candy e Wally. Homer si trasferirà con loro in un frutteto, lavorerà con loro e si innamorerà ricambiato di Candy, quando Wally partirà per la guerra. "Aspettiamo e vediamo" diventerà il motto della coppia. Un aspettiamo e vediamo che dura più di 15 anni, dopo il ritorno di Wally dalla guerra in sedia a rotelle. In questo tempo, l'amore tra i due potrà andare avanti solo con una menzogna.
Narra anche una storia di fuga, quella di Homer dal suo destino che appare segnato, ovvero quello di sostituire il dottor Larch a capo dell'orfanotrofio. Non è un medico, non è contrario all'aborto ma non se la sente di praticarlo. Vuole cambiare il suo futuro, sapendo che alla fin fine non ne potrà scappare, che lui deve rendersi utile e il solo modo che ha per farlo è quello di fare quello per cui è nato. Che poi alla fine è anche l'unico modo che ha per fuggire da quell'amore proibito. E per essere felice.

E' un libro molto intenso, che tratta un sacco di temi "scottanti" per l'epoca in cui è ambientato: il tema dell'aborto, difficile da trattare ancora adesso, il tema del razzismo e di come i neri fossero sempre mal visti, il tema della violenza, il tema dell'amore in molteplici forme (quello di Larch per Homer, quelli tra Homer, Candy e Wally, quello omosessuale di Melony, quello di un padre per il figlio).
Un libro incredibile, che richiede una certa pazienza nella lettura. Scorre bene ma è comunque un libro lento, che richiede un certo tempo.
Ma ne vale decisamente la pena!
Se non avete ancora visto il film, leggete prima il libro. Meritano entrambi, ma almeno non avrete Michael Caine che vi gira nelle pagine.


Nota alla traduzione: RITRADUCETE I CLASSICI PORCA MISERIA!!! Questa traduzione è piena di errori di grammatica e di italiano (BISNESS) e di termini troppo desueti, anche per l'epoca in cui è ambientato. Ed è un peccato, perché sono in parte queste pessime traduzioni ad allontanare i possibili lettori da questi classici.

-" E' dura aver voglia di proteggere qualcuno e non riuscirci" disse Angel
-"Non si può proteggere la gente", disse Wally. "Tutto quello che puoi fare è amarla"

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