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domenica 30 marzo 2014

LA CASA NEL BOSCO - Gianrico e Francesco Carofiglio

"Ho avuto un'idea geniale!"
"Cioè?"
"Perché non chiediamo a Gianrico Carofiglio e a suo fratello di scrivere un libro insieme?"
"Un libro su cosa?"
"Non importa, tanto con i loro nomi qualunque cosa scrivano venderà di sicuro".
"Bravo, mi sembra davvero un'idea geniale!"

Nella mia mente immagino che sia andata davvero così. Che qualche mese fa, un paio di editor di una casa editrice abbiano avuto questa idea, abbiano chiesto ai fratelli Carofiglio di scrivere qualcosa, una cosa qualunque, sicuri che avrebbe venduto in ogni caso. E poi immagino che i due fratelli abbiano accettato, si siano visti, abbiano parlato un po' tra loro e deciso, senza nemmeno pensarci troppo, che cosa scrivere. Poi migliaia di lettori, fan dell'uno o dell'altro fratello, se non di entrambi, hanno visto questo volumetto in libreria. Magari hanno storto un po' il naso per lo scarso spessore, ma alla fine lo hanno acquistato (oppure, come nel mio caso, sono riusciti a farselo regalare). Sono poi arrivati a casa, i più ligi hanno finito quel che stavano leggendo, gli altri hanno messo da parte ogni altra lettura, e hanno incominciato questo romanzo dei fratelli Carofiglio. 

Da qui, questo mio parlare in generale si deve per forza interrompere. Non posso certo sapere cosa abbiano provato gli altri lettori una vola arrivati alla fine. Posso dire che io l'ho chiuso, un paio di giorno dopo, ma mi sarebbero bastate due ore se solo avessi avuto più tempo a disposizione, con una sensazione di rabbia, unita a  un bel po' di delusione e con un "mi sono fatta fregare" che mi risuona in testa da quando l'ho terminato. Avete un fratello o una sorella? Un amico o un'amica con cui siete cresciuti? Sapete scrivere in italiano? Ecco, se sì questo libro lo potevate scrivere anche voi. Lo avremmo potuto scrivere un po' tutti, perché tutti abbiamo dei ricordi del nostro passato che meriterebbero di essere raccontati. Tutti abbiamo ricordi di quando eravamo bambini, di quelle banali avventure che per noi erano grandiose. Tutti abbiamo avuto (o abbiamo ancora) una madre o una nonna cuoca provette, di cui ancora ricordiamo e un po' rimpiangiamo le ricette. Certo, non tutti facciamo Carofiglio di cognome e quindi, se scrivessimo una storia così,  anche se magari il vostro racconto in realtà è anche più bello, più intenso ed emozionante di queste poche pagine messe insieme quasi di fretta e altrettanto frettolosamente concluse che, alla fin fine, non dicono nulla, difficilmente verremmo pubblicati.
Peccato, perché l'idea poteva essere bella. Prendi due scrittori che sono parenti e mettili insieme a lavorare  su una storia, lasciando ovviamente che siano loro a decidere quale, e vedi cosa ne viene fuori.  Un'idea che mi piaceva molto anche perché, se seguite questo blog, sapete quanto io ami Gianrico Carofiglio (soprattutto quel gran fico dell'avvocato Guerrieri), e, sebbene non abbia mai letto nulla del fratello Francesco, poteva essere un buon mezzo per scoprirlo.

Immagino che ora in quella casa editrice si stiano sfregando le mani, che le cose siano andate come previsto e il libro stia vendendo parecchio. Così come immagino ci siano tanti, tantissimi lettori soddisfatti da questa lettura.
Personalmente, io salvo solo le ricette finali (e nemmeno tutte).


Titolo: La casa nel bosco
Autore: Gianrico e Francesco Carofiglio
Pagine: 185
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Rizzoli
ISBN:978-8817654425
Prezzo di copertina: 14 €
Acquista su amazon

sabato 29 marzo 2014

Dialogando con i titoli dei libri #6


"Dialogando con i titoli dei libri" è una nuova rubrica che nasce da una mia forma di pazzia che mi porta, in alcuni casi, a rispondere ai titoli dei libri. Sono frasi che scattano nella mia mente quasi in automatico quando vedo un determinato titolo e che non rappresentano in alcun modo un giudizio sul libro stesso.

venerdì 28 marzo 2014

VERSIONI DI ME - Dana Spiotta

Non tutti i libri sono per tutti. E' un concetto abbastanza ovvio questo: c'è a chi un libro piace e a chi no, c'è chi un libro non lo capisce e chi invece lo adora alla follia. E' un concetto ovvio, dicevamo, che io però sento il bisogno di ripetere e ripetermi quando chiudo romanzi con questo Versioni di me. 
Un romanzo scritto  molto bene, scorrevole ma che purtroppo temo di non essere riuscita a capire davvero. E mi scoccia eh, perché leggendo mi sono resa perfettamente conto che si trattava di un problema mio.

Il romanzo racconta la storia di due fratelli, Denise e Nik, e, in qualche modo, della loro vita. Nik da giovane aveva di fronte una promettente carriera da cantante e chitarrista, che ha abbandonato senza che ne sia ben chiaro il motivo. Da allora ha continuato a fingere di esserlo però, inventandosi band immaginarie, etichette discografiche e pubblicando un solo album all'anno, in tre sole copie. Il resto del tempo lo passa bevendo e fumando, lavorando come barista e, soprattutto, scrivendo la sua immaginaria biografia, le Cronache, quella che avrebbe potuto essere effettivamente stata scritta se lui non avesse smesso di cantare e suonare. Denise ha una figlia che vive a New York, una relazione tranquilla con un uomo tranquillo che vede una volta a settimana, si occupa della madre malate e, soprattutto, adora il fratello. Lo adora, ma anche paura per lui e per quello a cui sta andando incontro.

La trama all'apparenza potrebbe sembrare banale, ma il romanzo è in realtà molto originale, con un continuo alternarsi di presente e  di passato, con i ricordi che forse veri protagonisti di tutta la storia, e con un alternarsi di reale e fittizio il cui limite a volte non è semplice da distinguere. Eppure, come vi dicevo già all'inizio, leggendo non riuscivo molto bene a capire dove volesse arrivare, o meglio, dove volesse portarmi. E ho pensato che la colpa potrebbe anche stare nel fatto che è un romanzo che molto rock, nelle immagini e nello stile, oltre che ovviamente nella vita di Nik e, di riflesso, in quella di Denise. E io di rock non ho praticamente nulla.

Quindi è uno di quei libri che mi rendo conto essere belli,  di quei libri che, per chi li apprezza e li comprende, hanno qualcosa in più. Purtroppo però non per me.

Titolo:  Versioni di me
Autore: Dana Spiotta
Traduttore: Francesco Pacifico
Pagine: 249
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: minimum fax
ISBN:9788875214685
Prezzo di copertina: 16 €
Acquista su amazon
formato brossura: Versioni di me

mercoledì 26 marzo 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #73

Grazie a questa rubrica, oltre a tanti mal di fegato e a parecchia rabbia di fronte ai cambiamenti più drastici e insensati, scopro anche tante piccole curiosità. Cose che sicuramente non mi cambiano la vita, ma che sul momento mi fanno pensare "ma dai!Che forte!". D'altronde, che mi diverto con poco credo di avervelo detto più volte.

La puntata di oggi è dedicata a una di queste piccole scoperte. E forse la mia è anche una scoperta dell'acqua calda, dato che si riferisce a un'opera di un grande autore, che ancora però non ho letto. 

Nel 1927 usciva a New York con la casa editrice Scriber's il primo romanzo di Ernest Hemingway THE SUN ALSO RISES


Nel 1928 a Londra, per la casa editrice Jonathan Cape, usciva DI NUOVO il primo romanzo di Ernest Hemingway, ma con il titolo FIESTA

Eh già! Stesso libro, stessa lingua ma due titoli diversi! Io non sapevo di questo cambiamento e, con somma ignoranza, ammetto che pensavo che Fiesta e The sun also rises fossero due romanzo diversi.
La scelta inglese di utilizzare una parola spagnola per il titolo deriva dal fatto che la storia racconta di un gruppo di espatriati britannici e americani che viaggiano da Parigi verso Pamplona con l'intento di assistere all'annuale encierro, la corsa dei tori.

E che è successo al titolo nella traduzione italiana?
La prima edizione del questo è del 1966, con la traduzione di Giuseppe Trevisani per gli Oscar Mondadori. Il titolo è un mix tra la versione americana e quella inglese, ovvero Fiesta. Il sole sorgerà ancora



Nel 1972 esce però una nuova versione, per i Meridiani, con la traduzione di Ettore Capriolo a cura di Fernanda Pivano. E un pezzo di titolo si perde per strada, dando così vita al titolo con cui il romanzo è sicuramente più diffuso e conosciuto, semplicemente FIESTA


A me, queste scoperte fanno impazzire!

lunedì 24 marzo 2014

Ma voi lo sapete perché vi piacciono i libri che vi piacciono?

Questo post forse non avrà molto senso. E mi rendo conto che non sia un granché come esordio per un post, ma preferisco mettere fin da subito le mani avanti e avvisarvi, così alla fine non venite a lamentarvi.
Il fatto è che è qualche giorno che ho delle riflessioni in testa e so che non se ne andranno finché non le avrò messe nere su bianco. 

©Alessandra Vitelli
Vi siete mai chiesti perché un libro vi è piaciuto più di un altro? O perché amate tantissimo un romanzo e invece non riuscite ad andare oltre pagina cinquanta di un altro? C'è lo stile e la bravura dell'autore, certo. Un interesse o un'affinità con la trama sviluppata, ovvio. Ma poi credo che ci sia anche dell'altro. Forse è l'immedesimazione con qualche personaggio, la sintonia mentale che si crea in modo più o meno consapevole, quella sintonia che ti porta a dire: "cavolo, sono io!" o a pensare "cavolo, nella stessa situazione avrei reagito esattamente così!". Anche per le situazioni più assurde o disparate, quelle che, parliamoci chiaro, difficilmente vivremmo.
Poi ci sono anche i ricordi, il leggere qualcosa su una pagina che nella tua mente fa scattare qualcosa, qualcosa che magari da tempo avevi dimenticato e che di colpo compare lì, davanti a te, grazie a delle semplici parole.

Mi vengono in mente due esempi, dovuti a letture recenti. Prendete ad esempio l'ultimo romanzo che ho recensito qui, Il posto dei miracoli. Io non appartengo a nessuna setta religiosa, anzi, ne sto ben lontana. Non sono cresciuta dietro a rigidi dettami e imposizioni e nemmeno nessuno ha mai tentato di dar fuoco alla mia casa. Però, a un certo punto, mi sono sentita Judith, la bambina protagonista. Nelle cattiverie che subiva da alcuni suoi compagni, ad esempio. Ma anche nel suo creare un mondo alternativo, nel suo bisogno di inventare storie per affrontare la realtà circostante e sopravviverle. L'ho sentita vicina, come se riconoscessi in lei un pezzetto di me. E non riesco a fare a meno di chiedermi se il libro mi sarebbe piaciuto comunque, se non avessi sentito questo legame, labile, molto labile, con lei.
Un altro esempio è il libro Un giorno di David Nichols. Un incredibile successo di pubblico, in parte legato anche all'omonimo film. Io l'ho trovata una storia d'amore banale, già vista, stereotipata e, francamente, anche un po' odiosa. Poi, se mi fermo a pensare con calma al perché, mi viene in mente che io una volta ho vissuto una storia così. Ma non ero uno dei due innamorati protagonisti, ma la poveretta che si innamorava follemente di uno di loro e che veniva presa in giro (per chi ha letto il libro, io ero Ian, per intenderci). E mi ha fatto arrabbiare, mi ha infastidito vedere che queste cose succedono nella vita reale come nei libri. Non so, forse se non fossi stata Ian una volta nella mia vita non avrei trovato il romanzo così insulso.

Poi però penso anche ad altri tipi di libri, quelli con cui ovviamente non posso avere nulla in comune. Sono per lo più quei libri forti, quelli dolorosi, quei pugni nello stomaco, generalmente scritti da grandi autori (così, su due piedi, mi viene in mente Nemesi di Roth). Quei libri che con la tua vita non c'entrano assolutamente nulla (e per fortuna direi), ma che comunque riescono a scuoterti, farti pensare, farti star male. Cos'è che mi piace di questi romanzi? Cos'è che mi attrae e me li fa amare a quel punto?

Solo in alcuni casi riesco a dare una risposta precisa a queste domande. Ad esempio io ho una certa predilezione per i personaggi e le storie semplici, quasi buffe, con quei personaggi un po' ingenui, che fanno della semplicità e del candore lo strumento più efficace per affrontare il mondo. Datemi un romanzo così, e so già che mi piacerà. Magari non da impazzire, ma difficilmente lo chiuderò pensando "mamma mia che libro terribile che ho letto". Forse perché mi piacerebbe che il mondo si potesse affrontare davvero così, che tutti potessimo essere amici di tutti davvero e che il male e la tristezza potessero risolversi così, con un sorriso, un abbraccio o un piccolo, trascurabile evento inaspettato, che può renderti felice.

©Littleuvar
Insomma, non lo so. Non lo so perché certi romanzi mi piacciono ed altri no. Non so nemmeno se possa esistere davvero una spiegazione, non dico universale, ma almeno personale. Ed è per questo che vado sempre un po' nel panico quando mi fanno domande tipo "che genere di libri leggi?" (che poi, diciamolo onestamente, questa è la classica domanda di un non lettore a un lettore, quando cerca di darsi un tono) o ad affermazioni come "mi dici cosa ci hai trovato in quel romanzo?".
Voi lo sapete? Voi riuscite a dare un senso o una logica ai vostri gusti letterari? A capire perché quel libro sì e quell'altro no? (Cioè, ovvio che ci riuscite... anche io so quando un libro mi è piaciuto e quando no, ma se mi chiedessero di motivarlo in modo concreto e approfondito, non so se ne sarei sempre in grado).

Come vi dicevo all'inizio, la mia mente aveva bisogno di dar sfondo a questi suoi forse un po' sconclusionati pensieri. Se siete arrivati fin qui e ora state pensando "ma questo post non ha senso!", non prendetevela con me... io vi avevo avvertiti!

domenica 23 marzo 2014

IL POSTO DEI MIRACOLI - Grace McCleen

Io non ho un gran rapporto con la religione. Ho preso tutti i sacramenti cattolici quando ero bambina, più per dovere che per vera credenza, ma vado a messa solo per matrimoni e funerali, quando proprio non ne posso fare a meno, insomma. Credo, a modo mio, che ci sia qualcosa oltre questa nostra vita, ma non sopporto che siano dei dogmi di 2000 anni fa a dirmi che cosa sia giusto o sia sbagliato. Insomma, non credo molto nella chiesa, nel suo assolutismo, nel suo modo di affrontare le vicende del mondo, nel suo non cambiare mai posizione, nel suo giudicare, la maggior parte delle volte senza sapere. Detto questo però, non giudico chi invece è cattolico praticante, perché alla fine sono molto per il vivi e lascia vivere.
Vista questa piccola premessa, non credo sia difficile immagine con quanta titubanza mi sia avvicinata a Il posto dei miracoli, un romanzo scritto da un'autrice cresciuta in una comunità religiosa, poi lasciata una volta diventata grande. Non ero nemmeno sicura di volerlo leggere, in realtà, ma poi la curiosità ha vinto sul sospetto e, con somma sorpresa, mi sono trovata di fronte a un romanzo davvero molto bello.

La storia è raccontata dal punto di vista di Judith, ragazzina undicenne la cui madre è morta dandola alla luce, che vive con suo padre e con lui frequenta un'associazione religiosa molto praticante, che obbliga i suoi membri a seguire tutti i suoi dettami, a leggere la Bibbia ogni sera, ad accettare tutto quello che arriva come volere di Dio e ad andare in giro a predicare, in vista dell'arrivo dell'Armageddon. Judith è una bambina ricca di immaginazione, con una fervida fantasia, che si scontra però con l'ostilità di alcuni suoi compagni di classe, che la prendono in giro, anche in modo abbastanza pesante, e la maltrattano per queste sue apparenti stranezze. Il padre non se la passa meglio, soprattutto da quando la sua fabbrica è entrata in sciopero e lui ha deciso di non aderirvi, perché non sta all'uomo ma a Dio decidere su queste cose. Judith e il padre vengono quindi presi di mira, con finestre rotte, alberi del giardino distrutti, fino all'appiccamento di un incendio davanti a casa. Tanti piccoli episodi che portano la fede del padre a vacillare. Judith invece si sente solo in colpa, perché teme che tutto quello che è successo sia dovuto a lei e al suo incredibile segreto: lei parla con Dio, che le ha trasmesso l'incredibile potere di fare miracoli. Miracoli però che le pare le si rivoltino contro.

Non sono sicura che il riassunto della trama riesca a rendere appieno tutto quello che il romanzo effettivamente narra. Da un lato c'è l'assolutismo, le incongruenze e le, scusatemi il termine, assurdità di certi gruppi religiosi troppo ferventi. Dall'altro la cattiveria, la discriminazione, l'incapacità di accettare qualcosa di diverso da quello che nella propria mente è considerato normale, che coinvolge alcuni degli abitanti della città e che porta ad episodi gravi, difficili da sopportare. E poi c'è Judith, la piccola Judith, che segue quello che suo padre le ha insegnato senza forse nemmeno capirlo del tutto, perché gli vuole bene e per lui sarebbe disposta a qualsiasi cosa, anche se questo qualcosa è effettivamente più grande di lei.

Il posto dei miracoli è un libro molto intenso, un libro che in alcuni punti fa parecchio male e che da tanto da pensare. Per cui, se come me avevate qualche pregiudizio, mettetelo da parte e leggetelo, perché ne vale davvero la pena.

Titolo:  Il posto dei miracoli
Autore: Grace McCleen
Traduttore: Norman Gobetti
Pagine: 293
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Einaudi
ISBN: 978-8806211035
Prezzo di copertina: 18 €
Acquista su amazon
formato brossura: Il posto dei miracoli

venerdì 21 marzo 2014

21 MARZO: E' PRIMAVERA ed è LA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

Oggi è venerdì. E già solo questo mi sembra un ottimo motivo per essere felici. Poi è anche il primo giorno di primavera (sebbene google con i suoi doodle abbia cercato di convincerci che fosse ieri). E, sebbene non abbia fatto chissà quale inverno rigido quest'anno, almeno non qui dalle mie parti, questo è un motivo ancor più ottimo per essere felici.
E poi, ho scoperto anche che oggi è la Giornata Mondiale della Poesia:
Ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Poesia nel primo giorno di primavera.  Istituita dall'UNESCO in quanto si riconosce all'espressione poetica un ruolo privilegiato della promozione del dialogo interculturale, della comunicazione e della pace. (dal sito dell'Unesco)
Su questo blog nel corso degli anni di poesia non ho mai parlato. Perché di poesia contemporanea non ne leggo mai. Credo sia capitato solo una volta di recensire un libro di poesie, Orientarsi con le stelle di Carver, un piccolo capolavoro che vi consiglio e che mi è piaciuto perché in realtà in quelle poesie c'erano dei racconti. Ma a parte questo caso specifico, di poeti recenti praticamente non ne conosco nessuno. Mi fermo a Neruda, credo, con qualcosina anche di Prévert. Perché, forse sbagliando, quando penso alla poesia mi vengono in mente i grandi della letteratura italiana che ho studiato alle superiori. Foscolo, Leopardi, Montale, Quasimodo. Ci aggiungo anche qualche poeta della letteratura inglese, scoperto sempre al liceo o all'università. Insomma, per me, i veri poeti sono loro. Sono gli unici a cui riesco ad appassionarmi e di cui riesco a capire il vero significato delle poesie.
E' un limite mio, e anche molto ampio, questo di non capire le poesie contemporanee. Un limite che però non riesco proprio a valicare. Non mi viene proprio voglia di leggere poesie contemporanee, di acquistare libri e raccolte o anche solo di provare a cercarle su internet. Amo i racconti, amo i romanzi, amo le parole chiare e nelle allusioni, nei versi, mi perdo. 

Ma non potevo, anche oggi, ignorare completamente la poesia qui sul blog. Quindi, per celebrare questa giornata, sono andata a prendere la mia vecchia antologia del liceo, l'ho sfogliata un po' e ho scelto da condividere con voi oggi una poesia di quello che rimane in assoluto il mio poeta preferito: Giacomo Leopardi. Mi è sempre piaciuto tantissimo e  la gita che i miei genitori, quando ero adolescente, mi hanno fatto fare a Recanati rimane una di quelle che ricordo con più entusiasmo.
E quindi, miei cari, vi auguro un buon venerdì, un buon inizio di primavera e, soprattutto, una buona giornata mondiale della poesia, con il CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL' ASIA:

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E' la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E' funesto a chi nasce il dì natale. 

giovedì 20 marzo 2014

IN FUGA CON LA ZIA - Miriam Toews

E poi senza preavviso ti ritrovi tra le mani un libro che è un piccolo gioiello. Un libro su cui avevi sì delle aspettative, ma che non pensavi venissero così tanto soddisfatte. Che Miriam Tower e il suo modo di scrivere mi piacessero particolarmente lo avevo già scoperto leggendo Un tipo a posto, il suo ultimo romanzo. Un libro che mi aveva entusiasmata, spingendomi a cercarne altri.
La scelta di leggere In fuga con la zia è stata puramente casuale. Mi piaceva un sacco la copertina e altrettanto la citazione sul risvolto. Quindi ho scelto lui e l'ho amato alla follia.

Hattie lascia Parigi per tornare in Canada, in soccorso di Thebes, strampalata bambina undicenne che adora creare buoni regalo e che ha un pezzo di bisturi nel cervello, e di Logan, quindicenne dal sorriso magnetico e con l'abitudine di incidere con il coltello tutto quello che gli capita sotto mano. Thebes e Logan sono i suoi nipoti, i figli della sua adorata sorella, Min, che soffre di disturbi psichiatrici, iniziati proprio quando lei è nata. La donna dopo l'ennesima crisi, che la porta a non volersi muovere dal letto e nutrirsi solo di frullati, deve essere ricoverata e i due figli non possono rimanere da soli. Arriva quindi la zia Hattie, appena lasciata dal fidanzato che è andato a cercare se stesso in India, a prendersi cura di loro. Quando si accorge di non farcela, decide di prendere furgone, nipoti, una borsa frigo e tutto il cartoncino e i pennarelli che Thebes riesce a portare con sé, e partire in cerca del padre dei due. 
Un viaggio strampalato, che li porterà in giro per l'America, a conoscere personaggi altrettanto bislacchi e vivere strane avventure, che farà capire a tutti loro quanto la malattia di Min abbia influenzato un po' tutti, da sempre.


Come dicevo all'inizio, non mi aspettavo un libro così divertente e strampalato ma anche molto intenso e molto profondo. Miriam Toews, con il suo stile geniale, ha creato dei personaggi fantastici: prima fra tutti la piccola Thebes, che non sta mai zitta, che ha mille progetti per la testa ma che, a conti fatti, soffre tantissimo per la situazione della madre. Ma anche Logan, fratello maggiore altrettanto triste, che riesce a sfogare il suo dolore solo giocando a basket, e che instaura con Hattie un rapporto molto intenso, fatto di parole, di sguardi e di sorrisi. E poi c'è Min, un personaggio sconvolgente per il modo in cui viene descritto e per come ha da sempre influenzato la vita di chi la circonda.
Tu sei lì che leggi e vorresti essere insieme a loro su quel furgone, vorresti ricevere un buono regalo da Thebes o fare due tiri a canestro con Logan. Vorresti dire ad Hattie che ce la può fare, che è sempre stata una brava sorella, anche quando ha avuto più paura, e che ora è una brava zia. Vorresti andare da Min e aiutarla in qualche modo, anche se non riesci a immaginare come.

Si arriva alla fine del libro quasi senza rendersene conto, talmente si è immersi nella storia. E appena si gira l'ultima pagina, si sente la mancanza di ognuno di questi personaggi.
Insomma, se ancora non si fosse capito, il libro merita, merita davvero.


Titolo:  In fuga con la zia
Autore: Miriam Toews
Traduttore: C. Tarolo
Pagine: 281
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Marcos y Marcos
ISBN: 978-8871685168
Prezzo di copertina: 16,50 €
Acquista su amazon

mercoledì 19 marzo 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché?#72

Dato che più volte ultimamente mi è stato chiesto come mai io non faccia confronti al contrario, ovvero io non prenda un libro italiano e veda come è stato tradotto all'estero, ho deciso per questa puntata di seguire un suggerimento arrivato nei commenti la settimana scorsa. Anche perché si tratta di un cambiamento curioso e significativo, che merita un post.

Il libro in questione è stata per me una rivelazione dell'anno passato, un romanzo che ho amato moltissimo e che ancora adesso consiglio ogni volta che qualcuno mi domanda un suggerimento per una lettura piacevole e divertente. Sto parlando del romanzo di Luca Bianchini, edito dalla casa editrice Mondadori, IO CHE AMO SOLO TE



Il libro prende ovviamente il suo titolo dall'omonima canzone incisa da Sergio Endrigo nel 1962, e racconta la storia di un matrimonio pugliese.

Il romanzo ha avuto qui in Italia un successo strepitoso e stanno arrivando le prime traduzioni straniere. Tra queste c'è quella tedesca,  che uscirà a luglio 2014. Probabilmente il titolo che si trova online è ancora quello provvisorio (di mesi per cambiarlo ce ne sono ancora), ma vale comunque la pena analizzarlo. Anche perché è parecchio evidente, anche per chi il tedesco non lo conosce. Il romanzo di Bianchini uscirà infatti nelle librerie tedesche con il titolo HEIRATEN AUF ITALIENISCH


Letteralmente si traduce con "Sposarsi all'italiana". Si perde quindi il riferimento alla canzone di Sergio Endrigo, ma si tratta tutto sommato di una scelta abbastanza comprensibile, visto che è un riferimento culturale che ha il suo senso solo nel nostro paese (anche se a questo punto sarei curiosa di sapere come hanno risolto il "problema" all'interno della narrazione). 
Approvo un po' meno invece la copertina, perché trovo l'immagine della vespa l'ennesimo esempio della stereotipizzazione degli italiani e dell'Italia all'estero (ok, già dovremmo ringraziare che non ci sono pizze, spaghetti o mandolini... però, che cavolo!). Anche perché si sarebbe potuto tranquillamente mantenere il peperoncino italiano. Vabbè...

Che ve ne pare?

domenica 16 marzo 2014

IDDU - Andrea Vismara

Non sono mai salita su un vulcano attivo. E non sono nemmeno così sicura che lo farei anche se ne avessi la possibilità, se devo essere onesta. Per quanto affascinanti, mi fanno anche parecchia paura. Un po' come tutti i fenomeni naturali, che un po' attraggono e un po' spaventano. Che affascinano e terrorizzano.

Un po' come la copertina di Iddu,  molto bella e particolare, ma anche in qualche modo inquietante. 
In questo romanzo di Andrea Vismara, ci sono ben dieci protagonisti. Undici, in realtà, se si conta appunto Iddu, ovvero Lui,  il modo in cui gli abitanti chiamano il vulcano Stromboli,  e verso cui tutti i protagonisti del libro convergono. Ci va Roberto, che deve  trovare l'ispirazione per comporre una canzone che gli  potrebbe cambiare la vita. Ci arriva Kevin, dall'Australia in cerca di suo padre e del suo passato e Hans che insegue invece un disco raro. Yumi, che insegue un sogno con il suo violino, e Richard che ha visto il suo sogno infrangersi. Ci approdano Janet, pittrice in cerca d'amore, e Vanessa, disillusa e in cerca di vendetta. E poi Consuelo, Antoine e Ingrid. 
Dieci personaggi, apparentemente diversi tra loro, ma tutti accomunati da qualcosa. Un passato triste e doloroso. Un presente difficile da affrontare. Qualcosa da cui fuggire. Tutti, in un modo o nell'altro, si ritrovano sull'isola, attratti dal richiamo di Iddu, che li aiuterà a capire o riscoprire se stessi e quello che vogliono, stravolgendo per sempre le loro vite.

Questo romanzo racchiude dieci racconti, dieci storie, dieci vite, che con lo scorrere delle pagine si avvicinano sempre di più, fino ad incontrarsi. Un'idea sicuramente originale, questa, anche se forse ciascuna di esse avrebbe meritato un maggiore approfondimento. Tutto alla fine quadra e trova la sua soluzione, certo, ma mi è rimasta addosso la voglia di di saperne di più su ognuno dei vari personaggi, sul suo passato e sul suo futuro.  Forse si sarebbe potuto inserire qualche personaggio in meno, così da poter dedicare a ciascuno di loro maggiore spazio e maggiore attenzione.

Nel complesso, comunque, il romanzo si legge molto bene, è scorrevole e appassiona. Sia nella parte iniziale, quando si conoscono per la prima volta i protagonisti e il loro tormenti, sia soprattutto una volta che sono tutti insieme sull'isola e riscoprono se stessi.
Quindi, nonostante quanto detto prima riguardo ai personaggi, si tratta di un libro sicuramente interessante, scritto bene, che non posso che consigliare!
 E, nonostante la mia immensa paura, è riuscito a farmi venire voglia di salire su un vulcano.
Titolo:  Iddu
Autore: Andrea Vismara
Pagine: 250
Anno di pubblicazione: 2014
Editore: Edizioni Spartaco
ISBN: 978-8896350362
Prezzo di copertina: 11€
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giovedì 13 marzo 2014

LA BANDA DEGLI INSOLITI OTTANTENNI - Catharina Ingelman-Sundberg

Ho l'impressione che ultimamente i libri che parlano di anziani vadano di moda. O forse è solo un caso che io  ne abbia letti almeno quattro nell'ultimo anno e mezzo. Mi piace, la cosa. Perché si ha un po' la brutta abitudine di pensare che, giunti a quell'età, la vita ormai sia stata vissuta e da raccontare ci sia ben poco. Eppure, tutte le storie che ho letto io, da Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, a E poi Paulette, passando per il bellissimo La banda degli invisibili, ne raccontano per così di cose. In comune hanno questi anziani messi un po' da parte e una critica alla società che la maggior parte delle volte li ritiene inutili.

Ho acquistato questo libro in lingua inglese (con il titolo "The little old lady who broke all the rules"), contravvenendo alla mia regola di non leggere mai libri tradotti in lingue che non siano la mia, sull'onda della magnifica copertina e, soprattutto, del ricordo dei romanzi già citati, anche se il fatto che fosse scritto da una svedese e fosse uscito poco dopo Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve avrebbe dovuto mettermi un po' in allarme. Ma si sa, a ste cose si pensa sempre dopo, soprattutto se leggendo le prime pagine si viene completamente conquistati da questo gruppo di anziani, amici da sempre, con in comune la passione per il canto, che, viste le condizioni dei carceri svedesi nettamente migliori rispetto a quelle della casa di riposo in cui vivono, decidono di compiere un crimine e farsi arrestare. Un furto, o meglio, un semplice rapimento, di due quadri dal museo d'arte nazionale della città. Ma ovviamente qualcosa va storto e quello che doveva essere un crimine semplice semplice si trasforma nel colpo del secolo, con coinvolti rockstar e mafie slave,  infermiere arriviste e figli un po' incuranti, piccoli teppisti ed esperti d'arte, passando per poliziotti con la passione per gli hot dog. 

Le prime duecento pagine si divorano che è un piacere, grazie soprattutto alla fantastica caratterizzazione dei personaggi. Da Martha, la mente dell'azione, al suo corteggiatore Brians, da Christina a Rake e la svampita e naif Anna-Greta. Si ride tanto e altrettanto si riflette, sulle reali condizioni in cui vivono gli anziani e di quanto spesso vengano dimenticati e non considerati.
Dopo le prime duecento pagine però si inizia a fare un po' di fatica. La trama diventa troppo intricata, non sempre semplice da seguire. Diminuiscono anche le situazioni buffe, o meglio, ci sono ancora ma diventano davvero troppo incredibili. Arrivare fino alla fine è stato davvero faticoso, e non credo dipenda dal fatto che ho letto il libro in inglese. E' proprio il romanzo a perdere di brio e originalità.
Peccato, davvero, perché con cento cinquanta pagine in meno, sarebbe stato proprio un bel romanzo!



Titolo:  La banda degli insoliti ottantenni
Autore: Catharina Ingelman-Sundberg
Traduttore: M. Cocco
Pagine: 441
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Newton Compton
ISBN: 978-8854150218
Prezzo di copertina: 12,90 €
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formato ebook: La banda degli insoliti ottantenni (eNewton Narrativa)

mercoledì 12 marzo 2014

Due titoli, un solo libro: ma perché? #71

Ritorna la rubrica di confronto tra titoli dopo la pausa della settimana scorsa. Una pausa dovuta alla mia sbadataggine, che sono stata via per lavoro tre giorni e tra le mille mila cose da fare mi sono dimenticata di programmare il post. Ups.

Il libro di cui vi parlo oggi è una scelta quasi obbligata, perché mi perseguita praticamente da due settimane, prima in lingua originale, per la curiosità del titolo, poi in italiano, per la sua assurdità. La cosa buffa (e fastidiosa direi anche) è che subito non avevo nemmeno capito che si trattasse dello stesso romanzo!

Sono stata via tre giorni, vi dicevo. Londra ed Edimburgo. E sebbene fosse un viaggio di lavoro ho trovato il tempo per entrare in libreria (lo trovo sempre, diciamoci la verità). E tra i vari titoli che hanno attirato la mia attenzione c'era questo: TOMORROW THERE WILL BE APRICOT di Jessica Soffer

Sarà che son due mesi che mangio arance e sono un po' stufa, ma trovo il titolo "Domani ci saranno le albicocche" davvero evocativo. Anche se poi in copertina ci hanno messo dei limoni.
Il romanzo racconta la storia di Lorca, una ragazzina di quattordici anni la cui madre ha sacrificato la famiglia per seguire la sua carriera da chef. Lorca sente la mancanza della madre e, per cercare di avvicinarsi a lei, decide di imparare a cucinare.Per stupire la madre, cerca in tutti di recuperare una ricetta di un piatto speciale dell'Iraq, che la genitrice ha assaggiato una volta sola, tanti anni prima...

Non ho acquistato il libro perché non mi stava più nel bagaglio a mano, ma mi sono segnata il titolo per poterlo poi cercare una volta in Italia. 
Poi, venerdì sera, nel fantastico gruppo Facebook "La bambina che ne aveva abbastanza", in cui si segnalano appunto i titoli più assurdi e ripetitivi, è comparso un libro intitolato IL SAPORE INATTESO DELLE COSE PERDUTE della stessa Jessica Soffer, edito nel 2014 dalla casa editrice Piemme, con la traduzione di C. Cortellaro


Non ho avuto neanche bisogno di leggere la trama per capire che era lo stesso romanzo che avevo scoperto in lingua originale. Al posto delle albicocche, un titolo, francamente, brutto (trovo che la parola "cose" sulla copertina di un libro stia davvero male), molto più lungo e molto, molto meno evocativo. E la solita copertina già vista e rivista.

Che inizio a essere stufa di sti titoli e di ste copertine ve l'ho già detto, vero?

sabato 8 marzo 2014

Dialogando con i titoli dei libri #5

"Dialogando con i titoli dei libri" è una nuova rubrica che nasce da una mia forma di pazzia che mi porta, in alcuni casi, a rispondere ai titoli dei libri. Sono frasi che scattano nella mia mente quasi in automatico quando vedo un determinato titolo e che non rappresentano in alcun modo un giudizio sul libro stesso.

venerdì 7 marzo 2014

HANNO AMMAZZATO LA MARININ - Nadia Morbelli

Genova è una città che mi piace molto. Adoro le sue vie strette strette, il suo affacciarsi sul mare, la lanterna illuminata dalla luce del tramonto, la focaccia con le cipolle e le trofie al pesto. Se non amassi Genova, non so se avrei mai letto questo libro, preso quasi a caso sugli scaffali di una libreria e comprato proprio perché ambientato nel capoluogo ligure. 
Poi leggendolo ho scoperto che non solo era ambientato a Genova, ma parlava anche di Ovada, Serravalle e persino Gavi, una zona che conosco e che frequento spesso, perché i miei genitori sono di quelle parti.
Le probabilità quindi che il libro mi potesse piacere erano molto, molto alte, così come alte erano le mie aspettative una volta scoperto tutto questo.. E non c'è niente di peggio che vedere le proprie alte, altissime aspettative disattese.

Hanno ammazzato la Marinin è un romanzo con tanto potenziale. La maggior parte del quale viene sprecato con un'evoluzione della narrazione frettolosa e spesso includente.
La protagonista Nadia, che poi è l'autrice stessa, è l'unica in casa nel suo condominio quando viene commesso un omicidio: hanno ammazzato la Marinin, appunto, un'anziana signora che si è trasferita a Genova dalla figlia una volta rimasta vedova e che ha già litigato con tutto il palazzo. Pare una rapina finita male, ma Nadia, per la sua curiosità, non crede a questa ipotesi e inizia a modo suo ad indagare. La Marinin è infatti originaria dello stesso paese dei genitori di Nadia e lì di voci strane sul passato della donna e di tutta la famiglia in generale ne corrono parecchie, basta solo aver voglia di stare ad ascoltarle. Nadia lo fa e arriva alla sua, giusta, conclusione.

Raccontandovi la trama mi rendo conto ancora una volta di quanto potenziale avesse questo romanzo. Poteva venire fuori un giallo carinissimo, divertente e intelligente, se solo l'autrice avesse approfondito un po' di più tutto. Ma proprio tutto. Il rapporto tra Nadia e il poliziotto che indaga sull'omicidio, ad esempio, avrebbe potuto generare molti equivoci ed essere sfruttato meglio, e invece (no, non ve lo dico, tranquilli)... Così come il movente dell'omicidio, i racconti del passato delle famiglie del paese, ma anche quelle del presente. Tutto troppo frettoloso, un po' troppo campato in aria, che si conclude quasi di colpo.
Sinceramente da un libro ambientato in parte a Genova e in parte nelle zone dei miei genitori mi aspettavo un po' di più. Mi aspettavo di più anche da un giallo, che, per quanto possa essere leggero, deve comunque riuscire ad appassionare e divertire.
Cosa che Hanno ammazzato la Marinin, purtroppo, non fa. Peccato.


Titolo:  Hanno ammazzato la Marinin
Autore: Nadia Morbelli
Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 2013
Editore: Giunti
ISBN: 978-8809784451
Prezzo di copertina: 6,90 €

giovedì 6 marzo 2014

IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE - J.R. Moehringer

Sì, lo so. J.R. Moehringer è il ghost writer di Agassi, nonché colui che ha reso possibile il successo di Open. Ed è proprio perché lo so, che ho deciso di leggere qualcosa di questo scrittore. Di suo veramente, con tanto di nome in copertina e aperti riconoscimenti. Anche perché, diciamolo proprio onestamente, il tennis non è esattamente il mio sport preferito. E per quanto possa essere scritta bene, Open racconta comunque la storia di un tennista. 
Per cui, prima di decidere se leggere o meno quello che è stato definito da tutti un caso editoriale, volevo conoscere Moehringer, scoprire il suo modo di scrivere e di narrare e capire se davvero sarebbe stato in grado di farmi leggere qualcosa di cui mi importa poco.

Il libro che ho scelto per conoscerlo è Il bar delle grandi speranze. Ed è semplicemente meraviglioso. E' meraviglioso il modo in cui Moehringer racconta e scrive, ed è altrettanto meraviglioso ciò a cui sono dedicate le sue parole. 
Si tratta di un'autobiografia, che parte dal JR bambino, che vive con la madre nella vecchia casa dei nonni e che conosce suo padre solo tramite la radio, perché la moglie lo ha lasciato dopo ripetute violenze. Prosegue con gli anni della crescita, dei primi amori e delle amicizie destinate a durare, passando per gli anni di Yale e quelli dei primi tentativi come giornalista, fino al crollo delle Torri Gemelle. Unico punto fermo della vita di J.R. è il bar della sua cittadina: il Dickens. Attorno a questo locale ruota un po' la vita di tutti: di chi lo frequenta assiduamente, ma anche di chi lo vive dall'esterno, un po' incuriosito e un po' impaurito.

Mano a mano che si prosegue con la lettura, ti sembra di conoscerli un po' tutti, gli avventori del bar: ognuno con il suo passato più o meno triste, con le sue gioie e le sue tragedie. Un punto di incontro, che J.R. sfrutta molto quando non sa più bene cosa fare della sua vita.

Non mi aspettavo onestamente un libro tanto coinvolgente, tanto divertente ma anche ricco di spunti di riflessione e di momenti commoventi.  Moehringer dimostra un'incredibile capacità di raccontare, di prendere la vita di tutti i giorni, la sua ma anche quella di chiunque lo circondi, e trasformarla in parole, in pensieri, in ricordi ed emozioni.
Chiuso Il bar delle grandi speranze, riesco a comprendere meglio tutto il successo che Open sta avendo. Moheringer riuscirebbe probabilmente a rendere degna di romanzo la vita di chiunque, e non è certo da tutti.
Non so se lo leggerò, onestamente. Ma questo invece, ve lo consiglio eccome.

Titolo:  Il bar delle grandi speranze
Autore: J.R. Moehringer
Traduttore: A. Carena
Pagine: 486
Anno di pubblicazione: 2007
Editore: Piemme
ISBN: 978-8866216155
Prezzo di copertina: 10,90 €
Acquista su amazon
formato brossura: Il bar delle grandi speranze

sabato 1 marzo 2014

Dialogando con i titoli dei libri #4


"Dialogando con i titoli dei libri" è una nuova rubrica che nasce da una mia forma di pazzia che mi porta, in alcuni casi, a rispondere ai titoli dei libri. Sono frasi che scattano nella mia mente quasi in automatico quando vedo un determinato titolo e che non rappresentano in alcun modo un giudizio sul libro stesso.