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sabato 28 aprile 2012

IL SEGRETO DI ORTELIA - Andrea Vitali

Qual è il vergognoso segreto che Cirene Selva confida alla figlia Ortelia? In verità c'è più di un segreto dietro la vicenda di Amleto Selva, giovane garzone senza arte né parte ma molto ambizioso arrivato in paese nel 1919 al seguito di un sensale di bestiame. Tanto per cominciare c'è il vero motivo del suo matrimonio con Cirene, timida e bruttina ma destinata a ereditare la macelleria del padre. Poi c'è la sua lunga guerra con la bottega rivale, quella del Bereni: una guerra commerciale che dura da decenni, fatta di colpi bassi dai risvolti esilaranti. Soprattutto, c'è la passione del Selva per un'altra carne, un'esuberante vitalità sessuale che nel quieto tran tran paesano genera turbolenze e scandali subito soffocati ma destinati a gettare lunghe ombre sul futuro. Sgangherato eroe di una "Dinasty" di provincia, Amleto è il fulcro di una parabola carnale e spassosa ma con un sottile filo d'amarezza, dove le donne - Ortelia e Cirene, ma non solo loro - sono le vere protagoniste. 


Ammetto di essere tentata di dirvi di andare a leggere le recensioni degli altri due romanzi di Vitali che ho letto ("Zia Antonia sapeva di menta" e "Un amore di zitella") perché sostanzialmente anche questo libro conferma l'opinione già espressa per gli altri. Però non mi sembra una cosa tanto carina da fare, quindi cercherò di scrivere qualcosa anche su questo.
Come vi ho detto, "Il segreto di Ortelia è il terzo libro di Vitali che mi capita tra le mani (e ne ho altri due che già mi aspettano) ed è il terzo libro di Vitali che leggo d'un fiato e che nella sua banalità riesce a catturarmi in modo incredibile. 

Di Vitali adoro la semplicità, il rendere personaggi e vicende "insulse" (passatemi il termine) degne di essere raccontate e apprezzate. E poi adoro Bellano, questo paesino sul lago di Lecco, che potrebbe essere in realtà un paese qualunque, perché rispecchia le caratteristiche comuni a tanti paesini del nord Italia. Ancora una volta il ritratto che ne viene fatto rende onore al piccolo paesello, lo eleva a materiale letterario nonchè protagonista principale di tutti questi romanzi. Senza Bellano, nessuna storia di questo scrittore starebbe in piedi. Sarebbero sempre troppo banali, troppo poco articolate, troppo inesistente la trama, perché possano piacere.

Il romanzo è ambientato dagli anni '20 fino agli anni '50 circa e racconta di Amleto Silva che decide di sposarsi con Cirene, figlia di uno dei macellai del paese. Il matrimonio è prettamente d'interesse, anche perché Cirene ha qualche difficoltà nel consumare il matrimonio, difficoltà che sarà la causa della vita dissipata dell'uomo. Durante uno dei pochi rapporti, riescono però a concepire una figlia, Ortelia, che la madre cercherà di tenere in tutti i modi lontana dal padre e dalla macelleria. Fino a che non diventa adulta, si sposa e, complice la malattia del padre, colpito da ictus mentre era in un casino con la sua allegra combiccola di amici, si ritrova a gestire la macelleria. Una serie di sfortune si alterneranno nella vita della ragazza, fino al più o meno lieto fine.
La trama è davvero davvero banale. Eppure riesce a catturarti, riesce a portarti all'interno del paese e a condividere con i protagonisti avventure e sventure.

Certo, se si vuole leggere qualcosa di serio e impegnato, non bisogna leggere Vitali. Ma se si ha bisogno di qualcosa di leggero, che non ti chieda di pensare e riflettere troppo, ma semplicemente di goderti quello che stai leggendo senza il minimo sforzo mentale, questo autore è semplicemente perfetto.
E io andrò avanti a consigliarlo. 


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giovedì 26 aprile 2012

COSA TIENE ACCESE LE STELLE - Mario Calabresi

Maria, la nonna di Mario Calabresi, andava a letto esausta, dopo una giornata spesa a lavare montagne di lenzuola e pannolini. Quella sera, quella in cui per la prima volta aveva usato la lavatrice, è stata, nei suoi ricordi, lo spartiacque tra il prima e il dopo. Calabresi ha ricomposto i frammenti di un tempo in cui si faceva fatica a vivere ma era sempre accesa una speranza, e di un presente così paralizzato da non riuscire a mettere a fuoco l'esempio di chi non ha smesso di credere nel futuro. Ed ecco un viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi - scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti e persone comuni - è stato capace di inseguire i propri sogni, affrontando a testa alta le sfide collettive e individuali del mondo di oggi. C'è chi è riuscito a offrire una speranza per i malati incurabili, chi è diventato un prestigioso astronomo e spera ancora di vedere l'uomo su Marte, chi ha trasformato la sua tesi di laurea in un'azienda californiana di successo, e chi ha deciso di cambiare il proprio destino giocando l'unica carta a sua disposizione, lo studio. Per intuire che in mezzo allo sconforto diffuso la strada esiste, perché coltivando le proprie passioni non si rimane delusi e perché la libertà si conquista, anche, con la volontà. Per scoprire un giacimento di vita, energia e coraggio, un luogo in cui "le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio". 

Ogni volta che chiudo un libro di Mario Calabresi non riesco ad impedirmi di sentirmi un'idiota almeno per qualche minuto. E sono abbastanza sicura che il suo intento sia proprio questo, ovvero dire alle persone di smettere di piangersi addosso, di rimboccarsi le maniche e di pensare a costruirsi un futuro. 
Un futuro che bisogna costruirsi e inventarsi anche se la situazione moderna, politica e sociale, non è sicuramente delle più rosee. Lamentarsi non serve a niente, non ci aiuterà a trovare lavoro, ad avere uno stipendio fisso o a essere soddisfatti della propria vita. 
Sono i sogni che ci servono. Quelle passioni che abbiamo da quando siamo nati e che fanno parte di noi. Quei sogni che troppe volte lasciamo chiusi in un cassetto per paura di osare, di provare, di fare...

Mario Calabresi, seguendo la stessa formula già utilizzata per "La fortuna non esiste", ovvero un insieme di piccoli saggi, che sono in realtà storie di persone comuni che ce l'hanno fatta, ci mostra come non è vero che nel passato si stava meglio, sfatando un po' il mito de "si stava meglio quando si stava peggio" e mostrandoci la felicità e la passione di chi ha inseguito i propri sogni.
A parlare, a raccontare questa voglia di riuscire e la felicità che ne consegue, sono diversi personaggi, alcuni più noti, altri meno. 
Colpisce è ad esempio quanto racconta Umberto Veronesi, pioniere nella cura del cancro, che fino agli anni 80 rappresentava una sentenza di morte certa. Certo, ancora oggi si muore di tumore, ma in percentuale drasticamente ridotta (argomentazione che fa ancora più effetto ad esempio nel saggio in cui a parlare Giuseppe Masera, medico specializzato in leucemia infantile).
Fa sorridere e riflettere invece la storia Amal Sadki, che ha 13 anni ed è nata in Italia, ama il cous cous e i gnocchi al pesto, ed è stata scelta per rappresentare dalla sua scuola per rappresentare la Liguria per i festeggiamenti dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Una bambina che ama studiare, che vuole diventare medico e di cui i genitori sono molto orgogliosi.
Curiosa è stato invece scoprire, per me che adoro GROM, come è nata questa gelateria: due ragazzi neanche trentenni hanno deciso di inseguire un sogno, basandosi su un principio che ha fatto scuola: la qualità assoluta delle materie prime. Un principio che può sembrare quasi banale e scontato ma che mai prima del 2003, anno in cui è nata la prima gelateria a Torino, era stata considerata e che ne ha decretato il successo.
Così come è stato piacevole leggere di come Mario Calabresi è diventato giornalista, di quando appena laureato cercava in ogni modo di lavorare per un giornale, di come ha dovuto spendere tutti i suoi risparmi per andare in cerca di lavoro, di come abbia osato (bellissimo l'aneddoto su Bossi) e rischiato. E dove è arrivato lo sappiamo tutti.

A queste storie se ne aggiungono molte altre, altrettanto significative e tutte con lo stesso principio: ce la si può fare, se si seguono i propri sogni e le proprie passioni. Non bisogna avere paura di rischiare, non bisogna nascondersi troppo dietro alla scusa della brutta situazione attuale per giustificare la propria paura di osare. Non bisogna lasciarsi scoraggiare da un futuro che a prima vista potrebbe sembrare nebuloso, perché siamo noi (SOPRATTUTTO NOI GIOVANI) a decidere come, quando e quanto schiarirlo.
Certo, forse a volte Mario Calabresi la fa un po' facile. Ci sono ragazzi che sognano, ragazzi che osano e che rimangono delusi lo stesso. Ma purtroppo ci sono anche ragazzi (e temo di farne parte) che si sono dimenticati come si fa a sognare, che si sono abbattuti dopo i centinaia di curricula rimasti senza risposta, che sono stanchi di sperare e di osare. O che semplicemente ancora non hanno capito che cosa vogliono.

Una ventata di ottimismo, assolutamente da leggere, che è anche un buon incoraggiamento a non arrendersi di fronte alle difficoltà e a osare. Merita!

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lunedì 23 aprile 2012

FAI BEI SOGNI - Massimo Gramellini

"Fai bei sogni" è la storia di un segreto celato in una busta per quarant'anni. La storia di un bambino, e poi di un adulto, che imparerà ad affrontare il dolore più grande, la perdita della mamma, e il mostro più insidioso: il timore di vivere. "Fai bei sogni" è dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi. Come il protagonista di questo romanzo. Uno che cammina sulle punte dei piedi e a testa bassa perché il cielo lo spaventa, e anche la terra. "Fai bei sogni" è soprattutto un libro sulla verità e sulla paura di conoscerla. Immergendosi nella sofferenza e superandola, ci ricorda come sia sempre possibile buttarsi alle spalle la sfiducia per andare al di là dei nostri limiti. Massimo Gramellini ha raccolto gli slanci e le ferite di una vita priva del suo appiglio più solido. Una lotta incessante contro la solitudine, l'inadeguatezza e il senso di abbandono, raccontata con passione e delicata ironia. Il sofferto traguardo sarà la conquista dell'amore e di un'esistenza piena e autentica, che consentirà finalmente al protagonista di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.

Ho finito di leggere questo libro ieri sera verso mezzanotte e devo ammettere che mi ha tolto il sonno (ok, forse anche tutte le patatine alla paprika che ho mangiato nel pomeriggio hanno contribuito). Mi sono girata e rigirata nel letto, pensando, tra le altre cose, a cosa avrei scritto in questa recensione. Perché quello che ha scritto Gramellini mi tocca parecchio da vicino.
Sono passati poco più di 7 anni da quando mio papà non c'è più. Sembra ieri. Certo, io rispetto a Gramellini l'ho perso che ero già grande, era già riuscito a trasmettermi un sacco di cose e di insegnamenti che sicuramente hanno influenzato il mio modo di essere di oggi. Ma certe volte comunque la sua mancanza si fa sentire più forte che mai, sebbene io ne parli il meno possibile.

Gramellini in questo romanzo autobiografico ci racconta come ha vissuto la sua vita nel ricordo e nella rabbia per la madre morta quando aveva 9 anni. Ci racconta di come questa assenza abbia influenzato la sua vita di bambino, quando capire e accettare è impossibile e si arriva a sperare che la mamma prima o poi torni, che come è sparita all'improvviso altrettanto all'improvviso ritornerà. Ci racconta di come è stato difficile crescere e diventare adulto, logorato da questa grande assenza e dal rapporto conflittuale con il padre che non ha saputo come comportarsi per far fronte sia al suo dolore sia a quello del figlio. Ci racconta di quando diventato adulto è stato incapace di imparare ad amare, perché quell'abbandono da piccolo lo ha segnato, perché nessuno gli ha spiegato davvero come si fa, fino a che non ha trovato anche lui la persona giusta. E poi ci racconta di quando ha scoperto la verità su quello che è realmente successo la notte in cui la madre è morta.
A far da sfondo a questo, c'è Torino e il nascere della sua carriera di giornalista, c'è la sua Posta del Cuore che esce su La Stampa tutte le domeniche (tendo a non leggerla, preferisco i "Buongiorno") e la stesura del suo primo romanzo, "L'ultima riga delle favole" (che io non ho per niente apprezzato) ma che per lui è stato il punto di partenza per scoprire la verità.

E' impossibile dire se si tratta di un libro bello o di un libro brutto. Perché non si può giudicare la vita delle persone, nè tantomeno accusarle di piangersi addosso di fronte al mondo. Ognuno reagisce a modo suo, ognuno ha nel suo armadio fantasmi e scheletri che deve in qualche modo esorcizzare. Gramellini lo fa scrivendo, con il suo stile che io tanto adoro, ironico e irriverente anche quando descrive le cose più tristi, senza mai cadere nel banale. D'altronde è la sua vita, e nessuno meglio di lui può scrivere come si è sentito o cosa abbia provato. E credo che lo abbia scritto innanzitutto per se stesso, per affrontare definitivamente un argomento che tanto ha condizionato la sua vita e per scoprire se era finalmente riuscito a "guarire". E ha poi voluto condividere questo suo percorso con i suoi lettori, qualcuno avrà apprezzato, qualcun altro avrà pensato che al suo posto non avrebbe (o non ha) reagito così, qualcun altro ancora lo ha odiato. E riesco a capire perfettamente tutte e tre le posizioni.
A me qualcosa ha lasciato (oltre alle ore di sonno perse stanotte intendo), ed è sicuramente molto ma molto meglio della sua prima opera pseudozen, che tanto avevo odiato. Lo consiglierei!


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domenica 22 aprile 2012

DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE - Francesco Guccini

Una volta, c'era la banana: non il frutto amato dai bambini, bensì l'acconciatura arrotolata che proprio i bimbi subivano e detestavano ma che veniva considerata imprescindibile dai loro genitori. I quali, per bere un buon espresso, dovevano entrare al bar e chiedere un "caffè caffè", altrimenti si sarebbero trovati a sorbire un caffè d'orzo. Una volta, per scrivere, non c'erano sms o e-mail, ma si doveva dichiarare guerra ai pennini e uscire da scuola imbrattati d'inchiostro da capo a piedi. Una volta, si poteva andare dal tabacchino, comprare una sigaretta - una sola - e fumarsela dove meglio pareva: non c'erano divieti, e i non fumatori erano una gran brutta razza. Una volta, i bambini non cambiavano guardaroba a ogni stagione, andavano in giro con le braghe corte anche d'inverno e - per assurdo contrappasso - col costume di lana d'estate. Una volta, la Playstation non c'era, si giocava tutto il giorno per strada e forse ci si divertiva anche di più. Una volta, al cinema pioveva... Con un poco di nostalgia, ma soprattutto con la poesia e l'ironia della sua prosa, Francesco Guccini posa il suo sguardo sornione su oggetti, situazioni, emozioni di un passato che è di ciascuno di noi, ma che rischia di andare perduto, sepolto nella soffitta del tempo insieme al telefono di bachelite e alla pompetta del Flit. Un viaggio nella vita di ieri che si legge come un romanzo: per scoprire che l'archeologia "vicina" di noi stessi ci commuove, ci diverte, parla di come siamo diventati.

Pur non essendo un cantautore della mia generazione, ho sempre amato molto Francesco Guccini. Sarà forse colpa di mio padre, che me lo faceva ascoltare durante i viaggi in auto, insieme a De Andrè, De Gregori e tanti altri della sua generazione. Una volta, a 13 anni, sono anche finita quasi per caso a un suo concerto, sempre in compagnia di mamma e papà, e credo sia stato da allora che ho cominciato ad ascoltarlo veramente. Ci sono sue canzoni che riescono a commuovermi ogni volta che le ascolto: "La Locomotiva" sicuramente, ma ancora di più "Cyrano" o "Don Chisciotte" (tutto l'album "Stagioni", da cui è tratto, è veramente ma veramente stupendo).

Conoscevo comunque già anche il Guccini scrittore, anche se ne ho un ricordo molto vago. Avevo letto, credo in prima o seconda superiore, "Macaronì", scritto con Loriano Macchiavelli, di cui però non saprei più parlare. Mi ricordo che mi era piaciuto, ma non sarei in grado di riassumere la trama.

"Dizionario delle cose perdute" mi conferma la bravura di Guccini anche come scrittore (d'altronde se scrivi canzoni che sono poesie, difficilmente il resto che scrivi può fare schifo). In questo libro, l'autore ci racconta una serie di aneddoti della sua giovinezza, prendendo spunto da oggetti, situazioni o luoghi del passato che ora non esistono più ma che invece hanno caratterizzato l'infanzia e l'adolescenza di chi è nato negli anni '40 e '50. Dall''arrivo del chewingum dagli USA alla penicillina e le siringhe tutt'altro che indolor. Dalla tortura della maglia di lana fatta dalla madre o dalla nonna (questa l'ho vissuta anche io, pur essendo mooolto più giovane) ai pantoloni al ginocchio anche d'inverno. Dalle prime sigarette (a quell'epoca era quasi obbligatorio fumare) che si vendevano anche sfuse ai liquori fatti in casa. Dall'avvento della tecnologia con il telefono alle prime auto (la Topolina amaranto di Paolo Conte, per intenderci). Dalla naia obbligatoria al cinema di terza e quarta visione. Dai treni a vapore (che secondo me erano comunque più veloci di quelli della linea Torino-Aosta) a tutta una serie di giochi semplici che intrattenevano i bambini quando la playstation non esisteva ancora.

Un dizionario di cose perdute appunto, di cose che si conservano solo nella memoria della generazione che le ha vissute.
Certo, è un libro che sicuramente colpisce di più le persone di quella generazione (e infatti mia mamma ha iniziato a leggere il libro di nascosto, per poi chiedermi se poteva leggerlo anche lei "ma solo quando l'hai finito tu eh"). Ma questo è normale, anche io ho ricordi di giochi o di oggetti della mia infanzia che se le raccontassi a un bambino di oggi mi guarderebbe come se fossi un alieno.
Ma finchè qualcuno le scriverà o le ricorderà, queste cose non si perderanno.
Molto carino!


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giovedì 19 aprile 2012

IL BAMBINO CHE COLLEZIONAVA PAROLE - Juan Pablo Villalobos

Tochtli è un bambino sveglio per la sua età. Tochtli è triste. Vive rinchiuso in un palazzo lussuoso che però non sembra neanche un palazzo, perché è troppo sporco e trasandato. Non può uscire di casa. Non ha una madre, solo uno stravagante istitutore e un padre: Yolcaut, re del narcotraffico messicano. Per ingannare il tempo, e per avere una vita veramente sua, colleziona di tutto: parole difficili, cappelli, animali in via di estinzione, tra cui il mitico ippopotamo nano della Liberia. E conta: le ore che passano, la gente che muore. Quasi tutta, per mano di suo padre e dei suoi aiutanti.

So che c'è qualcuno che sta aspettando con ansia (ok, vabbè, magari proprio ansia no...con curiosità diciamo) questa recensione. E devo ammettere che mi fa uno strano effetto recensire un libro tradotto da una mia cara amica, nonchè compagna di università, che è riuscita a realizzare il sogno che avevamo tutte: quello di diventare traduttrice letteraria.
Certo, questo non è il primo romanzo che traduce, ma il primo mi ha caldamente consigliato di evitarlo che perché non ne valeva assolutamente la pena.
Di questo invece mi ha sempre parlato bene, appena lo ha letto, appena ha iniziato a tradurlo. Al punto che è arrivata a dirmi: "guai a te se lo stronchi".
Quindi, con un tantino di invidia ma soprattutto con tanto tanto orgoglio, ho acquistato e letto questo romanzo.

Tochtli è un bambino molto sveglio per la sua età, ma anche molto molto solo. E non potrebbe essere altrimenti, visto che vive rinchiuso nell'enorme palazzo del padre, il più potente narcotrafficante del Messico, da cui non può uscire nemmeno per andare a scuola. Tochtli non ha quindi molti amici, conosce si e no quattordici o quindici persone, che arrivano a una ventina se si contano quelle che sono diventate cadavere per mano del padre e dei suoi sottoposti. Colleziona cappelli e animali esotici, ha un istitutore bizzarro con la passione per il Giappone e occupa le sue ore vuote giocando alla playstation.
Il legame con il padre è molto forte, è lui che lo cresce, e il bambino prova una venerazione profonda nei suoi confronti, alimentata dalla sua innocenza e dalla sua dolcezza che gli impediscono di vedere (o semplicemente di capire) l'attività che il padre svolge.

Una storia narrata in modo semplice e banale, attraverso gli occhi e le parole di un bambino, a cui è impossibile non affezionarsi. Attraverso Tochtli e la sua innocenza, la sua candidezza e il suo modo ingenuo e buffo di vedere il mondo, Villalobos ci offre un ritratto del mondo del narcotraffico sudamericano, una vera e propria piaga di quei paesi.

Avrei forse preferito un romanzo più lungo, che non si esaurisse in 80 pagine e che approfondisse un po' di più il rapporto tra padre e figlio.
Ma rimane comunque un libricino molto tenero, che si legge bene e in fretta, tutto d'un fiato in una mezz'oretta. Fa sorridere e fa riflettere. E merita!

Nota alla traduzione: come si fa ad essere imparziali commentando una traduzione svolta da una tua amica? In questo caso non è poi così difficile: la traduzione è ben fatta e riesce a rispecchiare bene la personalità di questo bambino, che usa termini difficili perché grande lettore del dizionario. Quindi, assolutamente nulla da dire!
Brava Thais!
E lo so che la scelta del titolo non è colpa tua... (l'ennesimo titolo italiano che non c'entra niente con l'originale e che si riferisce a una singola caratteristica del protagonista...)

Per acquistare Il bambino che collezionava parole (Einaudi. Stile libero big)

mercoledì 18 aprile 2012

LA DONNA DELLA DOMENICA - Fruttero e Lucentini

Ambientato in una Torino malefica e metafisica, "La donna della domenica" è da molti considerato il capostipite del "giallo italiano". La trama si snoda tra i vizi, l'ipocrisia, le comiche velleità e gli esilaranti chiacchericci che animano la vita della borghesia piemontese.


Mi ricordo che avevo già letto questo grande romanzo di Fruttero e Lucentini qualche tempo fa, prima che avessi questo blog, e che mi aveva colpito e appassionato.
Rileggendolo, mi sono ricordata dei personaggi, delle situazioni, dell'incredibile ritratto che viene fatto di Torino. Ma non riuscivo assolutamente a ricordarmi chi fosse l'assassiono e perché.
E questo credo che sia un segno inequivocabile della bravura di questi due autori nello sviluppare la trama di questo giallo (oppure semplicemente sto invecchiando e la mia memoria inizia a vacillare). Una trama incredibile, che mischia personaggi e situazioni, che insinua il dubbio su tutto e su tutti e che alla fine, una volta svelato il mistero, ti fa pensare: "cavolo! non ci sarei mai arrivata".

La forza di questo romanzo a mio avviso più che nella trama sta nei personaggi. Ognuno incarna perfettamente un "tipo" che si poteva (e ancora in qualche modo si può oggi) trovare nella Torino degli anni '60: l'alta borghesia un po' snob, le madame ricche e ipocrite, i figli di papà che vivono di rendita, i parassiti fagnani che pesano sulle spalle di chi lavora, i giovani innamorati, gli invertiti di cui tutti conoscono l'esistenza ma di cui nessuno l'ammette. E i terroni, che hanno invaso il nord in cerca di fortuna e di lavoro e che proprio non riescono ad adattarsi alle usanze piemontesi.
Un grande ritratto della società e di Torino, forse protagonista indiscussa di tutta la storia. C'è il mercantino dell'usato Balon, ci sono le vie del centro invase da cinquecento e mini (la ZTL a quei tempi non esisteva), c'è la collina con le sue ville che ancora oggi rappresentano il posto più vip della città, ci sono i tristissimi e grigissimi corsi, tutti uguali e tutti brutti (oggi forse non è più proprio così, ma da frequentatrice di questa città, vi posso assicurare che certi corsi sono VERAMENTE brutti).
Senza Torino la storia non reggerebbe, o forse sì, ma non sarebbe per me così appassionante. Non riuscirei ad esempio a provare simpatia per il commissario Santamaria e il commissario De Palma, due "terroni" che non capiscono il piemontese e che si ritrovano ad indagare sul giallo che scoinvolge la Torino bene. Perché so come erano stati accolti a Torino gli emigranti del sud negli anni '60.
Se non ci fosse Torino sullo sfondo, non riuscirei a trovare così odiosi Anna Carla e Massimo, due amici appartenenti ai ceti elevati, molto snob e sicuri di sé e della loro influenza.
Non potrei capire le sorelle Tabusso e il loro inveire contro i vigili urbani che si ostinano a fargli multe e contro le prostitute che vanno ad esercitare nel loro vallone. Nè potrei provare tenerezza per Lello, giovane omosessuale in un'epoca e in un ambiente in cui esserlo e ammetterlo creava grossi problemi e grosse discriminazioni.

Un bellissimo giallo, che tiene con il fiato sospeso e con il dubbio fino alla fine. E soprattutto un bellissimo omaggio a una città che dicono essere fredda e grigia ma che io adoro tantissimo. Venite a Torino in un giorno di sole, passeggiate per via Roma, via Po e piazza Castello, salite in collina a gustarvi il panorama e difficilmente non rimarrete incantati.

Grandi Carlo Fruttero e Franco Lucentini per il piccolo capolavoro che sono riusciti a creare. Non deve essere per niente facile scrivere un romanzo a quattro mani, ma loro ci riescono egregiamente, creando un giallo che anche a distanza di quarant'anni dalla prima pubblicazione rimane sempre imprevedibile e sempre attuale.
Assolutamente da leggere!

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giovedì 12 aprile 2012

TU, SANGUINOSA INFANZIA - Michele Mari

Il passato raccontato da Michele Mari è quello mitico e irrecuperabile dell'infanzia, eroso negli anni da una diaspora di oggetti e sentimenti il cui ricordo continua a sanguinare. Ma in questi racconti non c'è mai il rimpianto di una perduta età dell'oro, perché la violenza immaginifica dell'autore opera un recupero altissimo di emozioni infantili legate a un universo in cui le sole figure amiche sono quelle dei propri personali mostri e di pochi, semplici ma "fatidici" giocattoli. Ogni pagina spalanca abissi di malinconia dove fanno irruzione visioni fantastiche e terrificanti, in cui riecheggiano nitide le voci degli autori più amati, Stevenson, London, Poe, Melville. Così i giardinetti che accolgono gli svaghi pomeridiani dei bambini diventano lande inospitali, dove s'aggirano tremende creature mitologiche come le Antiche Madri; così un puzzle segna l'iniziazione a un'ascesi quasi monastica, così le copertine di Urania o le canzoni degli alpini diventano la palestra di ossessive elucubrazioni mentali, e tutto è tanto più feticisticamente inventariato quanto più la vita sembra cosa riservata ad altri.

Mamma mia che infanzia difficile deve avere avuto Michele Mari. Soprattutto se da bambino era snob esattamente come la sua scrittura lascia presumere lo sia ora.
Un stile altezzoso, aulico, al punto che da rendere difficile a volte la comprensione di certi termini usati (per fortuna hanno inventato il contesto).
In questi 11 racconti che compongo questo libro, Mari ci racconta una parte della sua infanzia, tramite dei flash di ricordi del passato e di come li vede ora.

Tre sono stati i miei racconti preferiti.
Il primo, "I Giornalini", non tanto per la narrazione in sé quanto perché mi sono ritrovata subito a chiedermi "ma io darò i miei Peanuts ai miei figli?", perché ho capito e condiviso il suo legame per quei giornaletti che leggeva da bambino, i fumetti con cui è cresciuto e che ancora riescono a catturarlo quando per caso li apre. Ho capito la sua voglia di nasconderli e in qualche modo di proteggerli.
Anche se sono abbastanza sicura che darò i miei fumetti ai miei bambini (non potrei immaginare che crescessero senza amare Snoopy, Lucy, Linus e Charlie Brown).

Il secondo, "La Freccia Nera", mi è piaciuto per deformazione professionale, perché parla in modo indiretto di traduzione e di come uno stesso libro possa cambiare in base a quando e da chi è stato tradotto. Al punto che a volte sembra di leggere un romanzo diverso, di cui si riconosce la trama ma non il modo in cui è narrata. Un bel modo per rendere il concetto base della traduzione di differenze che non sono necessariamente errori.

L'ultimo che mi ha colpito un sacco è poi quello conclusivo, "Laggiù", che è riuscito con un semplice botta e risposta tra due persone a commuovermi. Ricordi insignificanti del passato che riaffiorano e ci riportano indietro alla vita che ora non viviamo più. Piccoli anedotti che di solito non si ricordano e che vengono a galla all'improvviso.

Ci sono poi gli altri racconti, alcuni in cui ci si può in qualche modo riconoscere (pur essendo io molto più giovane dell'autore): il secondo, "L'uomo che uccise Liberty Valance", che parla di giocattoli che un giorno per noi sono fondamentali e il giorno dopo non sappiamo nemmeno più che esistono. "L'orrore dei giardinetti", che parla di bambini al parco, delle dinamiche dei rapporti tra loro, quasi obbligati ad andare d'accordo dalle madri che li portano lì a socializzare (anche se io non avevo di certo tutte le fobie che aveva mari bambino). O ancora "Le copertine di Urania", un racconto dedicato a questa serie di fantascienza, che io non ho mai letto ma di cui ho parecchie copie giù, essendo mio padre della stessa generazione dell'autore (e poi cavolo! All'interno degli Urania c'erano le striscie di B.C. e de Il Mago Wiz, che io leggo ancora adesso!)
E poi c'è "Otto Scrittori", sulla difficoltà di scegliere il nostro autore preferito quando si è piccoli, con mostri sacri che competono tra loro e che è difficile abbandonare.

In linea di massima quindi direi che questa raccolta mi è paciuta. Certo, lo stile troppo aristocratico (e altezzoso!) a volte a mio avviso penalizza i racconti, e soprattutto ti portano davvero a pensare che Mari fosse un bambino un po' chiuso in sè stesso, che non si trovasse bene nella sua condizione di "bambino" e volesse a tutti i costi crescere in fretta.Però sono belli i ricordi che ha, è bello il modo in cui mostra il suo affetto per questo passato che forse ora da adulto riesce ad apprezzare meglio.
Non è una lettura per niente facile, ma merita.


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mercoledì 11 aprile 2012

IL PRIGIONIERO DEL CIELO - Carlos Ruiz Zafón

Nel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire dalla miseria del dopoguerra, e solo per i bambini, e per coloro che hanno imparato a dimenticare, il Natale conserva intatta la sua atmosfera magica, carica di speranza. Daniel Sempere - il memorabile protagonista di "L'ombra del vento" è ormai un uomo sposato e dirige la libreria di famiglia assieme al padre e al fedele Fermín con cui ha stretto una solida amicizia. Una mattina, entra in libreria uno sconosciuto, un uomo torvo, zoppo e privo di una mano, che compra un'edizione di pregio di "Il conte di Montecristo" pagandola il triplo del suo valore, ma restituendola immediatamente a Daniel perché la consegni, con una dedica inquietante, a Fermín. Si aprono così le porte del passato e antichi fantasmi tornano a sconvolgere il presente attraverso i ricordi di Fermín. Per conoscere una dolorosa verità che finora gli è stata tenuta nascosta, Daniel deve addentrarsi in un'epoca maledetta, nelle viscere delle prigioni del Montjuic, e scoprire quale patto subdolo legava David Martín - il narratore di "Il gioco dell'angelo" - al suo carceriere, Mauricio Valls, un uomo infido che incarna il peggio del regime franchista...

A mia discolpa questa volta posso dire che il libro mi è stato regalato, che non l'ho comprato di mia spontanea volontà nè che ho cercato disperatamente di leggerlo (e il fatto che fosse nella mia wish list è ininfluente).
A mia discolpa posso dire che "L'ombra del vento" mi era piaciuto talmente tanto che era impensabile non leggere il terzo libro della saga, sebbene già "Il gioco dell'angelo" mi avesse lasciato parecchio perplessa.
A questo posso ancora aggiungere che solitamente Zafón scrive in modo scorrevole e piacevole, nonostante le trame siano sempre o troppo banali o troppo macchinose, e soprattutto tutte uguali tra loro.
Detto questo, la domanda che continuo a pormi da quando ho chiuso il libro ieri sera è "ma perché ho letto di nuovo un romanzo di Zafón", visto che era abbastanza prevedibile che sarei rimasta delusa? E soprattutto, "ma quanti soldi ancora si farà questo autore spagnolo sfruttando il successo del suo primo e unico capolavoro?"

Questo è una delusione. Non ha quasi senso di essere. Non succede niente dall'inizio alla fine. Non c'è un minimo di suspance, di trama o di mistero. Semplicemente Zafón ha preso i suoi due libri di maggiore successo, "L'ombra del vento" e "Il gioco dell'angelo" appunto, e li ha in qualche modo uniti in questo romanzo, spiegando parti oscure un po' dell'uno e un po' dell'altro, e lasciando ovviamente tutto in sospeso alla fine, per poter poi vendere anche il quarto libro della saga. Ritroviamo gli stessi personaggi degli altri due: c'è sempre la libreria Sampere, ora gestita dal padre e dal figlio Daniel (il protagonista de "L'ombra del vento" per intenderci), in cui lavora anche Fermín, già presente nel primo romanzo, che qui si scopre avere un collegamento anche con David Martín, lo scrittore misterioso e maledetto su cui si basa invece "Il gioco dell'angelo". Fermín racconta il suo passato imprigionato nel castello del Montjuic durante la guerra civile e l'epoca franchista, mettendo insieme i pezzi del puzzle che i due romanzi precedenti formavano. E lo fa perché un fantasma del passato è venuto a turbare la sua vita e a far rivivere i suoi ricordi, a causa di una dedica in un libro.

La storia però non decolla. Ricordi del passato e voglia di vendetta del presente si mescolano, senza però mai arrivare a una conclusione. E soprattutto, senza riuscire a capire bene dove diavolo volesse parare Zafón.
Anche perché a questo, si somma anche l'aspetto da romanzo "rosa". Il rapporto di Daniel con la moglie bellissima e la gelosia per un amore del passato. Il rapporto tra Fermín e la futura sposa, turbato ovviamente dal passato dell'uomo. L'amore per Isabella, la madre di Daniel, da parte del padre e di David Martín.
Insomma, troppe cose sul fuoco e nessuna che riesca a rendere però viva la storia.
E nemmeno Barcellona, protagonista indiscussa degli altri due romanzi, nè il fantastico "cimitero dei libri dimenticati" riescono a salvare la trama.

Si potrebbe tranquillamente evitare di leggerlo, non si perderebbe nulla. Ma è difficile, per chi come me ha adorato "L'ombra del vento", riuscire a rinunciare alla speranza che questo autore riesca a scrivere un altro capolavoro.


Nota alla traduzione: è semplicemente pessima. Errori di italiano ("qualcosa era andata storta"). Traduzioni differenti di una stessa espressione ("prosciutto serrano" e "jamón serrano"). Scelte improprie di termini, per nulla adatti all'epoca di ambientazione del romanzo, che rendono la lettura a tratti fastidiosa e sicuramente poco fluida.
Riusciranno mai a tradurre bene un romanzo di Zafón? (oppure è Zafón che scrive tanto male?)

Per acquistare: Il prigioniero del cielo (Scrittori italiani e stranieri)

venerdì 6 aprile 2012

LA LIBRERIA DEI NUOVI INIZI - Anjali Banerjee

C'è una vecchia libreria, a Shelter Island, dove ad aggirarsi in cerca di compagnia e buone letture non sono solo gli affezionati clienti. Qui, tra stanze in penombra, riccioli di polvere e parquet scricchiolanti, i libri hanno davvero un'anima e, quasi godessero di vita propria, sanno farsi scegliere dal lettore giusto al momento giusto... Che non si tratti di una libreria come le altre Jasmine lo capisce subito: in fuga da Los Angeles e da un ex marito che le ha spezzato il cuore, non si aspetta certo che ad accoglierla, accanto all'eccentrica Zia Ruma, siano gli spiriti della Grande Letteratura. E quando la zia parte, affidando proprio a lei la guida del negozio, saranno Shakespeare ed Edgar Allan Poe a svelarle a poco a poco i segreti del mestiere. E se Beatrix Potter la aiuterà a sedare orde di bambini scatenati e Julia Child le consentirà di accontentare anche le signore più esigenti in cucina, come potrà Jasmine resistere alle suadenti parole di Neruda, deciso, a quanto pare, a spingerla tra le braccia di un affascinante sconosciuto? "La libreria dei nuovi inizi" è una commedia romantica, e insieme un omaggio lieve e incantato al potere della letteratura. Perché in un buon libro c'è tutto: le emozioni, gli incontri e le risposte che possono anche cambiarci la vita.

Sto cercando di trattenermi dallo scrivere un commento troppo negativo su questo romanzo, ma devo ammettere che la cosa mi costa fatica.
Perché non puoi avere un'idea così geniale e poi sprecarla così.
Non puoi creare una libreria così magica, dove i libri vivono di vita propria e dove, se si ha il dono, è possibile incontrare e interagire con gli scrittori del passato, e poi costruirci attorno una storia così banale, scontata e prevedibile da romanzetto rosa.

La protagonista del romanzo, Jasmine, fugge dalla sua vita e dal suo matrimonio fallito per andare in aiuto di sua zia, che deve partire per l'India per "aggiustarsi il cuore" e non sa a chi lasciare in mano la sua libreria.
Jasmine è la classica donna in carriera di città, che ha in qualche modo rifiutato il suo passato indiano, che non si ferma un attimo, che non sa vivere senza il suo cellulare e la sua connessione ad internet e che non riesce inizialmente a cogliere la bellezza e la semplicità della libreria che le viene affidata: troppa polvere, troppi romanzi vecchi, troppi clienti che non sanno quello che vogliono. E' una donna con il cuore spezzato, che non crede più nell'amore e nella possibilità di amare senza soffrire.
A poco a poco però si abituerà a questi nuovi ritmi, alla vita in libreria e agli strani personaggi, reali o fittizi, che la popolano. Delle presenze che la accompagnano sempre, di cui all'inizio avrà paura ma che poi comincerà a conoscere e ad amare.
Ovviamente si innamorerà anche, e scoprirà che è possibile avere di nuovo fiducia in sé stessi e nelle altre persone.

Ripeto, l'idea non sarebbe per niente malvagia. Se non fosse che è tutto così estremamente prevedibile. I problemi al cuore della zia, l'uomo di cui si innamora, il lieto fine scontato. Tutte cose che si riescono a prevedere e indovinare ben prima che si verifichino.
La protagonista, poi, l'ho trovata parecchio antipatica, sia appena arrivata nei panni di donna di città, sia poi nel suo progressivo integrarsi con la vita dell'isoletta e della libreria. C'è un'evoluzione, certo, ma a mio avviso è marcata troppo poco e va avanti proprio grazie al fatto che è ciò che il lettore sa che succederà. Non ci sono clamorosi punti di svolta, né spiegazioni del perché questa svolta si è verificata.

Per carità, è sicuramente un libro leggero senza nessuna pretesa, e per passare qualche ora va assolutamente bene.
E' che quando sprecano le belle idee (pensare di avere una libreria in cui è il libro che sceglie il lettore e in cui si può interagire con gli spiriti degli scritto è semplicemente fantastico) in modo così banale, mi viene il nervoso.

Nota alla traduzione: qualche refuso qua e là, ma niente di particolare da segnalare.

Per acquistare: La libreria dei nuovi inizi (Rizzoli best)

lunedì 2 aprile 2012

LE PERFEZIONI PROVVISORIE - Gianrico Carofiglio

Le giornate di Guido Guerrieri trascorrono in equilibrio instabile fra il suo lavoro di avvocato - un nuovo elegante studio, nuovi collaboratori, una carriera di successo - e la solitudine venata di malinconia delle sue ore private. Antidoti a questa malinconia: il consueto senso dell'umorismo, la musica, i libri e le surreali conversazioni con il sacco da boxe, nel soggiorno di casa. Tutto inizia quando un collega gli propone un incarico insolito: cercare gli elementi per dare nuovo impulso a un'inchiesta di cui la procura si accinge a chiedere l'archiviazione. Manuela, studentessa universitaria a Roma, figlia di una Bari opulenta, è scomparsa in una stazione ferroviaria, inghiottita nel nulla dopo un fine settimana trascorso in campagna con amici. Inizialmente Guerrieri esita ad accettare l'incarico, più adatto a un detective che a un legale. Poi, scettico e curioso a un tempo, inizia a studiare le carte e a incontrare i personaggi coinvolti nell'inchiesta. Tra questi, la migliore amica di Manuela, Caterina. Una ragazza dei suoi tempi giovane, bella, immediata al limite della sfrontatezza. L'avvocato, diviso fra imbarazzo e attrazione, si lascia accompagnare da lei nel ricostruire il mondo segreto di Manuela e le ragioni della sua scomparsa.

Bene, ho appena scoperto di adorare Carofiglio. E pensare che fino a un mese fa non avevo mai letto nulla di suo e per qualche bizzarro motivo me ne tenevo piuttosto alla larga.
Ora, invece, vorrei avere già tra le mani un altro dei suoi romanzi, per poter continuare a leggere questo suo stile incredibile e avvincente.
Avevo già scoperto il suo potenziale poco tempo fa, con "Il Silenzio dell'Onda", un libro molto intenso e riflessivo. Ora, con questo giallo, che ho scoperto essere in realtà il quarto con protagonista il grande avvocato Guido Guerrieri, la sua bravura mi è stata confermata.

La trama in sé forse non è nemmeno delle più originali. Guido Guerrieri è un avvocato penalista a cui un suo amico chiede il piacere di fare qualche ulteriore indagine sulla scomparsa di una ragazza, Manuela, prima che il fascicolo venga chiuso definitivamente. Un po' reticente all'inizio, Guido si trasformerà in un novello Sherlock Holmes della Bari vecchia, complice anche effettivamente la sua grande passione per la lettura. L'avvocato inizierà quindi ad indagare, conoscerà le amiche di Manuela e riuscirà piano piano a ricomporre tutti i tasselli mancanti e a scoprire la verità.

La forza di questo romanzo però sta soprattutto nel suo protagonista. Guido è a mio avviso un personaggio incredibile. Ha come migliore amico un sacco da pugile, al quale confessa tutte le sue angoscie e i suoi turbamenti, ha il vizio di lasciarsi travolgere improvvisamente dai ricordi senza quasi rendersene conto. E' poi circondato da una serie di personaggi altrettanto ben riusciti, suoi ex clienti ora diventati suo amici, suoi colleghi che odia con tutto il cuore, poliziotti con cui ha collaborato e che ancora spesso si ricordano di lui.
E' un personaggio dal passato amoroso un po' tormentato e con una forte autoironia e coscienza di sé, che emerge grazie alla narrazione in prima persona, che lo rende ancora più credibile e umano.
Potrebbe ricordare a tratti l'avvocato Malinconico di Diego De Silva, ma, oltre alle diverse città, Bari per Carofiglio e Napoli per De Silva, Guido Guerrieri sembra un tantino più credibile nei panni di avvocato, oltre ad essere sicuramente mentalmente più stabile.

Non so se l'aver iniziato dall'ultimo romanzo con protagonista questo "investigatore della domenica" sia stato un vantaggio o uno svantaggio. Sicuramente ora vedrò di procurarmi anche tutti gli altri (e per fortuna, chi mi ha prestato questo e anche "Il Silenzio dell'Onda", si è innamorato come me di questo scrittore).
Assolutamente da leggere!

Nota all'edizione: volevo solo farvi sapere che mi irritano i libri pubblicati da Mondolibri, che cambiano copertina e hanno un formato proprio. Così, giusto per fare un po' la pignola.


Per acquistare: Le perfezioni provvisorie (La memoria)